ALL’ASINARA FALCONE SOSPETTÒ UN BOICOTTAGGIO DEL MAXIPROCESSO

_MGL1321_1Roma, 12 maggio 2016 – Giovanni Falcone sospettò seriamente di un’interferenza volta a bloccare il maxiprocesso alla mafia che stava istruendo assieme a Paolo Borsellino. Questo dubbio emerge chiaramente nel film di Fiorella Infascelli, “Era d’Estate”, in uscita nelle sale il 23 e 24 maggio con la ricorrenza della strage di Capaci.

Gli episodi chiave su cui si regge la narrazione della regista sono fedeli a quanto accaduto; l’invenzione cinematografia si limita ai dialoghi del vissuto quotidiano o poco più.

Un giorno d’estate del 1985, Falcone e Borsellino furono prelevati con un blitz della polizia e trasportati nel carcere dell’Asinara, in Sardegna, dove rimasero per un mese e mezzo: per loro era stata predisposta una vacanza coatta. Le loro vite e quelle dei loro familiari erano in pericolo grave. Una cartolina intercettata nel carcere, l’Ucciardone dove erano rinchiusi i boss più potenti di Cosa nostra, primo fra tutti Totò Riina, aveva fatto scattare l’allarme rosso immediato. Senza neanche avere il tempo di preparare una borsa, i due magistrati assieme alle loro famiglie furono prelevati con un blitz delle forze dell’ordine e rinchiusi in quello che sembrava il posto più sicuro: un carcere di massima sicurezza. A poco valsero le richieste di Falcone di poter portare con sé almeno i fascicoli più importanti dell’udienza che si sarebbe tenuta pochi mesi dopo. Gli fu promesso che le carte per continuare a istruire il processo sarebbero state recapitate con una spedizione apposita nei giorni successivi.

Falcone fu assalito subito dal dubbio che quell’allontanamento potesse invece essere una trappola: un impedimento ben organizzato per ostacolare il lavoro sul maxiprocesso. A poco valevano i tentativi di rassicurazione da parte del suo amico di vecchia data e collega stretto di lavoro, Borsellino. Gli diceva che Antonino Caponnetto, a guida del pool di cui facevano parte, non li avrebbe mai abbandonati. Solo così Falcone si distendeva un poco.

Ecco come Giovanni Falcone è stato percepito da Massimo Popolizio che lo ha interpretato.

Ad alimentare i sospetti di Giovanni Falcone sull’ipotesi di una trappola era proprio il mancato recapito dei faldoni con le carte della pubblica accusa richiesti prima al Tribunale di Palermo, poi anche per il tramite del ministero della Giustizia. I giorni passavano e le carte non arrivavano. Persino Paolo Borsellino (nella ricostruzione di Fiorella Infascelli) cominciò a sospettare che i sospetti di Falcone potessero non essere privi di senso. L’arrivo all’Asinara di Liliana Ferraro, vicedirettore degli affari penali del ministero della Giustizia, con le mani in mano gettò i due magistrati nello sconforto. Poi le carte sospirate finalmente arrivarono. Ma fu Paolo Borsellino ad andare a Palermo (per seguire la figlia), e rientrare con il materiale necessario a lavorare. Ecco che cosa dice la regista Fiorella Infascelli.

Rassicurati dal fatto di poter lavorare al processo, ma pur sempre preoccupati per la loro sorte, Falcone e Borsellino riuscirono a conciliare quella situazione contraddittoria di un soggiorno forzoso al mare con la passione e il desiderio di terminare il lavoro. Ecco come Beppe Fiorello ha vissuto il ‘suo’ Paolo Borsellino.

Terminato l’allarme di un probabile attentato, i due magistrati rientrarono in Sicilia, nelle loro case. Il 10 febbraio successivo all’Ucciardone prese il via la prima udienza del maxiprocesso a 475 condannati che si concluse in primo grado con 19 ergastoli e un totale di 2665 anni di reclusione.

 

Elisabetta Tonni

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