viadotto

Roma, 14 aprile 2015 – Eh no, cari miei. Troppo comodo dare le dimissioni. Alzarsi dalla poltrona, ringraziare, salutare tutti e uscire. Pietro Ciucci, presidente dell’Anas, non può lasciare l’incarico e basta. E gli italiani non possono accontentarsi di questo gesto per sentirsi ricompensati dei danni subiti. Come si fa a non sospettare che i disastri compiuti dalle imperizie dei dirigenti italiani stile Ciucci siano molto più numerosi di quelli che emergono sulle pagine dei giornali?

Quanti sono i lavoratori che si rendono conto delle furbizie, tanto per usare un eufemismo, che vengono commesse nel loro ambiente di lavoro e non vogliono o non possono denunciarle? L’Italia è questa: cade a pezzi. Ovunque ci si giri, nel piccolo e nel grande, nel pubblico e nel privato, ci sono arroganze, sopraffazioni, irregolarità, modifiche dei regolamenti interni su misura per ogni esigenza. Se l’Italia cade a pezzi, ahimé non solo figurativamente, e vogliamo capirne le ragioni dobbiamo cominciare a denunciare tutto ciò che non va intorno a noi. È questa la rivoluzione culturale tanto sbandierata da chi crede ancora che il malcostume – sempre per stare negli eufemismi – possa essere combattuto e sradicato.

Quanti funzionari, quanti dipendenti, quanti dirigenti onesti avranno toccato con mano tutto ciò di cui Pietro Ciucci è chiamato a rispondere? Dalle pagine dei giornali sappiamo a quanto ammonta la liquidazione – poco meno di due milioni di euro – che Ciucci si è autoassegnato licenziandosi. Ma a quanto ammontano gli stipendi che Ciucci si è portato a casa in tutti questi anni in cui si è occupato di tutto fuorché dell’interesse degli italiani? La domanda ora è chi risarcirà i danni per i lavori finanziati con i soldi dei cittadini (la filiera finisce sempre con l’esborso del consumatore e del contribuente, cioè i cittadini).

Ciucci, ma vale anche per il responsabile del crollo delle scuole e per tutti i responsabili dei disastri che si registrano in Italia, dovrebbe restituire gli stipendi guadagnati senza giusto motivo e dovrebbe pagare – assieme a tutti coloro che risulteranno coinvolti – i soldi necessari a ripristinare le autostrade crollate. Chi credete, altrimenti, che pagherà quei lavori? Noi italiani. Che abbiamo pagato i costi per la costruzione delle strade, i costi per lo stipendio di Ciucci e i soldi per ripristinare le autostrade e i viadotti crollati. Prima di pagare tre volte e inutilmente un’opera, forse faremmo meglio a denunciare subito tutto ciò che non va. Magari si potrebbero evitare sfaceli simili. Sempre che ci sia qualcuno disposto ad ascoltare chi denuncia.

Elisabetta Tonni