CALCIO, LIBERTI: “ALLENATORI RIFIUTATE DI PORTARVI LO SPONSOR”

Fabrizio Liberti, allenatore di calcio, lancia la campagna "Io non porto lo sponsor"
Fabrizio Liberti, allenatore di calcio, lancia la campagna “Io non porto lo sponsor”

Roma, 8 settembre 2016 – Una volta per allenare una squadra di calcio si veniva pagati. Ora, sempre più spesso, se vuoi allenare dei ragazzini devi prima procurarti uno sponsor che copra almeno il tuo compenso. E poco importa se l’aspirante allenatore non sia ancora tale a rigor di patentino. I soldi contano più di tutto. Per assurdo, anche chi non è titolato e in regola, ma ha raccattato la propria copertura economica, può entrare in campo. Il calcio non smette mai di stupire. Anche in negativo. E se a scoperchiare gli scandali e gli intrighi nelle serie professionistiche ci pensano giornalisti di lunga carriera e testate sportive, a livello dilettantistico si deve fare appello al buon senso e alla passione di chi non vuole sottostare a ricatti.

A denunciare questo fenomeno che dal caso sporadico di qualche anno fa ora sembra diventata una tendenza è Fabrizio Liberti. Smessi gli scarpini chiodati nel 2010, dopo una carriera fra serie C, serie D e campionato di Eccellenza, ora indossa la tuta di Mister su un campo da calcio nella periferia Est di Roma. Ma il suo impegno non è solo con i ragazzi dentro e a bordo del campo. Il fuori gioco che registra dalla panchina è molto più grave del posizionamento scorretto fra un difensore e l’attaccante avversario. E’ proprio lui a dichiarare che ormai nella professione di allenatore, il merito, la competenza e l’esperienza ormai non contano più. Contano i soldi. Chi è in grado di portare denaro fresco nelle casse della società (sponsor, marketing, pubblicità) può imporre la sua volontà e conquistare il ruolo. Si tratta di un fatto grave che diventa gravissimo quando l’ambizioso allenatore che arriva con la valigia piena non ha il patentino federale per allenare i ragazzi. Statistiche ufficiali sulla diffusione di questo fenomeno non ce ne sono, ma Liberti sospetta che la mal pratica riguardi circa la metà delle società sportive dilettantistiche.

Prove provate per mostrare la fondatezza di questa accusa non le fornisce. E si sa che in assenza di prove non ci sono fatti, ma solo dicerie. Eppure si dice che anche nel settore professionistico ci sia qualcosa di simile. Secondo Liberti sarebbe anche questo sarebbe un motivo per il quale molti allenatori che non vogliono sottostare alla condizione di portarsi uno sponsor sceglierebbero la strada dell’estero.

Diceria o non diceria, sta di fatto che la campagna con cui Liberti invita gli allenatori a rifiutare questa pratica e a denunciarla a suon di cartelli con lo slogan “Io non porto lo sponsor” ha riscosso successo. A detta di Fabrizio Liberti, molti allenatori di squadre dilettantistiche hanno dichiarato che sì, succede proprio così e si sono immortalati sui social e sul web in genere con la scritta “Non ho sponsor” o con dichiarazioni simili, tipo “Io non lavoro gratis”, “Io non porto borse”. Il numero alto di follower e di commenti sotto gli articoli induce a pensare che questa tendenza esista e che non sia poi così relativa. E il danno non è solo per gli allenatori professionali. Il peggio è che a pagarne lo scotto sono proprio i ragazzi che rischiano di finire fra i piedi di persone incompetenti, non sempre in grado di vigilare sullo sviluppo fisico, psichico e morale dei giovani. Oltre, poi, a non saper individuare e far crescere i giovani talenti.

Ecco che cosa ha dichiarato al microfono di IoDenuncio

 

 

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