Cairo_1Roma, 10 febbraio 2016 – Andare a vedere che cosa c’era negli ultimi articoli di Giulio Regeni, tornare in Egitto e riprendere le sue inchieste. Giuseppe Giulietti lo ha proposto dai microfoni di Radio Anch’io nella puntata di mercoledì 10 febbraio, due giorni prima della celebrazione dei funerali del giovane studente ucciso al Cairo dove si trovava per un dottorato di ricerca universitario.

Il presidente della Federazione della Stampa italiana ha lanciato una proposta chiave: quella che viene in mente a chi cerca in maniera sincera la verità di quanto è accaduto in Egitto. E spesso la proposta più scontata è anche quella più efficace e più intelligente.

Di Giulio Regeni gli italiani conoscono quello che è stato finora raccontato loro dai mass media; un paragrafo dell’articolo di Repubblica, firmato da Sandro De Riccardis, lo riassume così: “Prima gli Stati Uniti, quegli ultimi tre anni di liceo in New Mexico, nel Collegio del Mondo Unito, grazie a una borsa di studio vinta quando ancora era tra i banchi del liceo Petrarca, a Trieste. Poi l’università in Inghilterra, a Oxford e Cambridge, trampolino per il volo in un altro mondo: il Medioriente e il Cairo, do v’era da settembre, una tesi sull’economia egiziana da portare a termine all’American University e una collaborazione con il quotidiano il Manifesto, diffidato ieri dalla famiglia del giovane dal pubblicare l’ultimo articolo inedito sui movimenti operai di quel Paese.”

Già da questo sunto appare chiaro che Giulio Regeni fosse una delle menti brillanti di cui l’Italia è generosa. Era un giovane studente ricercatore che stava dando un’impostazione internazionale alla sua carriera, un bell’esempio della generazione Erasmus che però non è stato degno di essere accolto, rientrando da morto in Italia, dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Quel Matteo Renzi che a settembre è stato pronto a saltare immediatamente su un aereo per assistere alla finale femminile tutta italiana degli Open Usa di tennis non è riuscito a cambiare la sua agenda per accogliere la salma di Regeni.

Molto di superficiale si è detto sugli articoli scritti da Regeni e sulla sua attività di giornalista. Quanti sono gli egitto_2articoli pubblicati? Dove sono stati pubblicati? Che cosa c’era scritto nelle storie che proponeva? Qual era lo pseudonimo usato? E su quali e su quante testate cercava di far emergere quelle realtà tanto fastidiose per la politica repressiva egiziana?

In Italia si sa poco di quanto avviene in Egitto. In tutti i paesi del mondo, la politica estera ha sempre meno spazio sui massegitto_1 media rispetto ai fatti interni. Questa carenza di notizie troppo spesso torna comoda a chi vuole investire nei paesi dove c’è mancanza di libertà e mancato rispetto dei diritti umani. E si sa che il principio per cui ‘Pecunia non olet’ è il faro di molti cha fanno affari. Quante volte gli imprenditori italiani hanno delocalizzato le loro produzioni nei paesi dove la mano d’opera, repressa, è a basso costo? Quanti affari sono stati stretti in passato, remoto e prossimo, con i paesi a stampo dittatoriale?

Indagini, inchieste e, semmai future sentenze, stabiliranno se c’è un nesso fra il barbaro assassinio, dopo essere stato torturato, di Regeni e le sue documentazioni. Ciò non toglie che leggere o rileggere i suoi articoli aiuterebbe molti italiani a farsi un’idea di che cosa possa essere accaduto proprio nei giorni in cui una delegazione di imprenditori italiani si trovava al Cairo accompagnata dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, per stringere affari miliardari. E bene ha fatto la Ministra a sospendere immediatamente tutti gcairo_3li incontri. A chi in Egitto poteva dare fastidio ciò che scriveva in Italia (e in italiano) Giulio Regeni? È stato ucciso per gli articoli pubblicati o è stato massacrato perché, a prescindere dagli articoli, si interessava ai sindacati egiziani e per questo gli è stato riservato lo stesso macabro destino di chi rivendica la libertà e il rispetto dei diritti nei regimi oscurantisti?

Se la storia degli articoli scomodi scritti da Giulio Regeni è stata ripresa da alcuni mass media che non sanno riconoscere, quando l’autore è in vita, qual è un articolo degno di pubblicazione, ma che riconoscono importanza all’articolo solo perché la morte dell’autore tiene in vita la notizia per giorni e giorni, sarebbe quanto di più bieco, ignobile e cinico possa conoscere il cinismo giornalistico. Se il giornalismo vuole dare prova di sé, sarebbe bene, come suggerisce Giuseppe Giulietti, che si vada a riprendere le inchieste di Giulio Regeni dal punto in cui a lui non è più stato consentito di portarle avanti. È un compito che ora spetta alle grandi firme, alle grandi testate e a chi si è tenuto nel cassetto gli articoli di Regeni fino alla sua morte.

Elisabetta Tonni