CLARABELLA, LA BLASFEMA

Se il dibattito coinvolge gli ambienti aulici e letterati, allora c’è qualcosa di molto serio su cui ragionare. Quando la notizia è cominciata ad apparire sui social network, sembrava fosse una delle panzane messe in rete dalle testate di satira. E invece no: la messa al bando di Peppa Pig, la simpaticissima maialina con fratellino e genitori della stessa razza, un cartone animato frutto della fantasia oltretutto proprio di un inglese, è una proposta niente affatto ironica avanzata dalla Oxford University Press.

Per non toccare la suscettibilità di musulmani ed ebrei, la casa editrice anglosassone si è domandata seriamente se non fosse il caso di bandire nei suoi libri qualsiasi riferimento al maiale, animale che non può essere consumato (se non a certe condizioni di macellazione) dai credenti di queste due religioni. E così via dai libri qualsiasi immagine di salsiccia, cotoletta, costata, prosciutto e mortadella, ma via anche le storie della famigliola che incanta i bambini e di conseguenza allevia i genitori. Poi la precisazione della casa editrice riferita dai giornali italiani: il “suin-cartone” non è a rischio, perché la Oxford University ha dato un’indicazione e non una disposizione; oltretutto le vicende di Peppa Pig hanno un altro editore.

Salvato il sorriso ai più piccini e la tranquillità ai genitori, c’è di che preoccuparsi se si è arrivati a mettere in discussione l’uso simpatico e fortemente coinvolgente degli animali nella comunicazione. Peppa Pig è originale nella sua creazione, ma non nella filosofia. Che cosa dire allora di Topolino, Paperino e tutto il fantasioso mondo creato da Walt Disney? La saga disneyana non si ferma a topi, paperi e cani. Ci sono anche Orazio e Clarabella: cavallo il primo; mucca la seconda (nome originale, Clarabelle Cow). Come la mettiamo, a questo punto, con i fedeli di religione induista, lavoratori ricercatissimi nelle aziende agricole per il loro attaccamento e rispetto per la sacra vacca? Se il divieto di mangiare carne suina spinge una casa editrice a suggerire di non inserire immagini di insaccati in un libro, che cosa dire e fare nei confronti di un animale che in India può addirittura stazionare indisturbato su una strada trafficata? Dare volto e corpo a una mucca, animale sacro, umanizzandola in un cartone animato, deve essere un vero sacrilegio, cioè una blasfemia. Non sono mai pervenute notizie di offesa all’induismo dagli induisti.

Poiché viene da escludere l’ipotesi della follia, che cosa può spingere la mente umana a considerare offensiva l’immagine di una mortadella, e prima della smentita-rettifica quella del Peppa-cartone, se i rappresentanti delle stesse religioni “potenzialmente offese” hanno ritenuto inutile e insensata l’idea? Il divieto religioso riguarda l’ingerimento di quelle carni, non la loro vista. Il Fatto Quotidiano riporta la posizione del musulmano Khalid Mahmood che ha parlato di una scelta “del tutto insensata”, così come alcuni componenti del Jewish Leadership Council fanno sapere che “se per la religione ebraica è vietato mangiare il maiale, questa non impedisce di parlarne”. Se la potenziale offesa è scongiurata dagli stessi potenziali offesi, se l’ipotesi della follia è scongiurata dalla livello culturale in cui è maturata questa iniziativa, se l’inoffensiva mucca Clarabella per gli induisti non ha costituito un caso storico, se dunque le motivazioni palesi non trovano riscontro e si dimostrano motivazioni apparenti, che cosa può aver ispirato una decisione simile? In assenza di risposte, bisogna stare ai fatti. I fatti dicono che la domanda su cosa sia giusto fare o non fare si propaga a ogni latitudine. E anche se è di natura culturale, sempre di scontro si tratta. E cresce ogni giorno di più.

Elisabetta Tonni

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