La relazione finale della Commissione parlamentare Antimafia è la fotografia aggiornata delle organizzazioni criminali ed è la prima a inquadrare anche le zone grigie e a individuare gli strumenti per il loro contrasto.

di Elisabetta Tonni

Roma, 21 febbraio 2018 – La presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, lo dice senza troppi giri di parole: “In questa aula non ci sono i segretari di partito. La loro assenza non può non preoccuparci”. Le fa eco Marco Minniti, pochi minuti dopo: “Nella campagna elettorale non c’è il tema della lotta alla mafia e alla corruzione. E parlo da ministro dell’Interno”. Palazzo Madama a Roma, sede del Senato; la sala Koch è gremita fino al limite: poco meno di 200 persone. Si ascolta il risultato del lavoro svolto dalla commissione antimafia nella XVII legislatura.

La relazione è composta da 43 pagine che sintetizzano la versione integrale da 700. Un lavoro immane, come lo ha definito la stessa presidente Bindi che non si è fatta scrupolo di puntare il dito sull’assenza della politica. In sala non c’erano i rappresentanti di spicco dei partiti o movimenti, così come l’agenda politica è priva del tema del contrasto alle mafie. Lei non si ricandida alla prossime elezioni politiche.

La carriera politica di Rosy Bindi, nata democristiana, transitata nel Partito Popolare Italiano, quindi nell’Ulivo e nella Margherita, si conclude nelle liste del Partito Democratico. Da quando è diventata presidente della Commissione Antimafia, nel 2013, si è sempre dedicata a questo incarico, prendendo sempre più le distanze dal dibattito politico dell’ultimo giorno. La sua relazione è un po’ l’addio agli scranni. Si concede una visione d’insieme, restando nel suo raggio d’azione, quello della presidente della commissione antimafia. Bacchetta con garbo la magistratura individuando nelle incomprensioni fra giudici e inquirenti che ancora esistono uno dei punti deboli nella lotta alle mafie e alle corruzioni.

Ricorda quante difficoltà sono state affrontate per l’avvio di questa commissione, augurandosi che non si ripetano nella prossima. C’è spazio anche per un rammarico: “Non siamo riusciti a fare, come avremmo voluto, un lavoro di inchiesta sulle stragi nel nostro paese, dove sono coinvolti altri poteri”. Per stragi, lei intende soprattutto quelle del ’92 e i delitti politici del 93, “una scia di sangue che parte politicamente da via Fani, passando per tanti altri luoghi della Sicilia e lungo la penisola”. Fare luce su queste menti raffinatissime, come le definì Giovanni Falcone, è un testimone che lascia alla prossima Commissione. E non è l’unico. Rosy Bindi si augura anche che venga portato a termine il lavoro di inchiesta sui legami fra Massoneria e Mafia. Poi tiene a precisare: “Non si tratta di un’inchiesta sulla Massoneria a cui va riconosciuto il contributo importante che ha dato nella storia del nostro paese. La nostra era un’inchiesta su mafia e massoneria come luogo di incontro”. Già alla presentazione della bozza della relazione, si era augurata che l’inchiesta potesse venire estesa a tutte le regioni italiane.

Non si salva neanche il settore dell’antimafia a cui dedica l’apertura della seconda parte della relazione. Ma tira un’ancora di salvezza nei confronti di alcuni soggetti, paladini dell’antimafia, che non si sono rivelati poi così limpidi e trasparenti. Rosy Bindi giustifica la crisi dell’antimafia con una crisi culturale che è poi degenerata nell’illegalità e nella corruzione. Proprio su quest’ultimo fenomeno, la corruzione, ricorda come sia lo strumento sempre più prediletto dalle mafie e come questo abbia ramificazioni nella politica, soprattutto locale, con i fenomeni delle gare d’appalto pilotate o comunque aggirate.

Rosy Bindi ricorda il codice antimafia sulla cui applicazione bisognerà svolgere un lavoro di controllo attento. Ed è il primo punto di un elenco lungo di compiti per i successori a cui raccomanda l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione (cariche rappresentative), la riforma della legge Spadolini e molti altri aspetti che si riassumono in un maggior controllo, senza abbassare la guardia sulla repressione, e una maggiore prevenzione da attuarsi (quest’ultima) con una divulgazione della cultura della legalità. Infine, suggerisce di strutturare meglio e in maniera più solida e funzionale il rapporto fra la Commissione parlamentare e gli organismi regionali e locali come le Commissioni, Osservatori e Consulte.