pippo_favaRoma, 10 gennaio 2016 – La rete ammiraglia della Tv di Stato apre a una nuova programmazione e trova lo spazio nel palinsesto per mandare in onda documentari che raccontano un aspetto inglorioso dell’Italia. A segnare il punto di svolta è “Cose Nostre”, un reportage di cinque puntate dedicate ognuna a un giornalista minacciato dalla mafia.

A partire dal 9 gennaio, ogni sabato sera in seconda serata si ripercorrerà la vicenda che ha scatenato le ire mafiose e le relative minacce. E che si tratti di una novità per Rai1 lo dice chiaramente proprio il direttore di rete, Giancarlo Leone: “È un appuntamento non consueto per la rete che non si è mai occupata di argomenti simili, non per omertà, ma perché non erano nelle corde di questo canale. Ora stiamo affiancando ai consueti talk-show che su Rai1 vanno molto bene anche questo genere di approfondimento”.

Le puntate vanno in onda intorno alla mezzanotte perché – come è stato spiegato in Rai – era il primo spazio disponibile nell’immediato, ma è già prevista una replica. Il programma di Emilia Brandi, Giovanna Ciorciolini, Tommaso Franchini, scritto con Danilo Chirico, Francesco Giulioli, Giovanna Serpico, per la regia di Andrea Doretti, andrà in onda anche da fine febbraio, sempre di sabato, nella fascia pomeridiana, cioè intorno alle 17.  Queste cinque puntate saranno le prime di una serie. Parola di Giancarlo Leone: “Vogliamo aprire il ventaglio dell’offerta televisiva. Quando la Brandi mi ha proposto il progetto non è stato difficile per me accettare. Abbiamo deciso di non prendere esempi noti, come Roberto Saviano, ma di dedicarci ad altri giornalisti minacciati, ma meno conosciuti che svolgono un lavoro importante”.

Lo spunto per Emilia Brandi è stato il rapporto pubblicato dalla Commissione parlamentare Antimafia dedicato proprio ai giornalisti scomodi. “Quando ho letto il documento – ha affermato l’autrice – ho subito pensato che quel materiale potesse essere oggetto di un programma. Ho scritto mezza cartella di presentazione e l’ho portata al direttore di Rete che ha srotolato davanti a me il foglio del palinsesto per capire dove inserire il programma e ha dato il via libera alla produzione”. La relazione dell’antimafia è uno spaccato su tutti i tipi di minaccia di stampo mafioso, comprese le querele temerarie, ma “raccontare quelle esperienze – confida Emilia Brandi – sarebbe stato più complesso. Per questo motivo ci siamo dedicati alle storie che avessero una narrazione proponibile per il linguaggio della televisione”. Poi rivela qualche retroscena. “Quando siamo andati a Forcella, il rione di Napoli dove abbiamo girato il primo documentario ‘Giù la penna’ dedicato al giornalista Arnaldo Capezzuto, siamo stati scortati dalla polizia. Abbiamo spiegato alla gente che si trattava di un documentario sul giornalista minacciato e non sull’inchiesta nel dettaglio. Con questa premessa e con la presenza delle forze dell’ordine non abbiamo registrato grandi ostilità. Più difficile è stato tornare con Capezzuto per quelle vie. Lui stesso ci faceva notare quel che noi non eravamo in grado di decifrare: rumori significativi che stavano a indicare che eravamo lì da troppo tempo”.

Brandi racconta che le ostilità più forti sono state riscontrate girando in Calabria, luogo oggetto della seconda puntata, dedicata a Michele Albanese. Nella terza puntata, con Amalia De Simone, si ripercorreranno invece le vicende della Terra dei Fuochi in Campania; Pino Maniaci (che, fra le tante minacce, ha trovato impiccati i suoi due cani) racconterà nella quarta puntata la martoriata Sicilia, mentre Giovanni Tizian alzerà il velo sulle mafie al Nord e concluderà la serie di Cose Nostre.

La coralità dei racconti è l’aspetto apprezzato anche da Claudio Fava, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia e autore del dossier da cui sono tratte le storie. Figlio di Pippo Fava, giornalista ucciso da Cosa Nostra, giornalista lui stesso, scrittore, sceneggiatore, politico, richiama l’attenzione su un aspetto particolare del documentario. E dice: “Queste storie sono proposte scarnificando il giornalista dal ruolo dell’eroe, cioè da quella condizione che li allontana da noi. Qui non viene raccontata la vita difficile del giornalista minacciato, ma si racconta il motivo che ha scatenato le minacce, rimettendo il giornalista sullo stesso luogo in cui ha ricevuto la minaccia. Ci sembrava il modo giusto per raccontare il rapporto tra mafia e giornalismo”.

Elisabetta Tonni