Chi ha vissuto gli anni del terrorismo in Italia non farà fatica a ricordare quel sottile senso di sgomento che ha trovato il suo apice nel sequestro e omicidio dell’onorevole Aldo Moro. La strage di via Fani e i successivi 55 giorni furono caratterizzati da sensazioni di smarrimento e incomprensioni. La reazione della folla fu decisa e immediata: è colpa delle brigate rosse; aspetto per altro vero e documentato dai volantini del gruppo armato. Ma la domanda che più serpeggiava nell’intimo di alcuni cittadini era: possibile che quanto sta accadendo sia riconducibile solo a un gruppo di persone o c’è qualcosa di più grande dietro? L’impressione durante il giorno del rapimento di Moro e il periodo che ne seguì era impercettibilmente forte: si stava dentro un tritacarne di cui non si conoscevano le dimensioni, né la vera forza, né chi girava la manovella.

È la stessa sensazione che si sta vivendo in questi giorni, con un attacco terroristico che ha per teatro la Francia. Per quanto le sparatorie si siano verificate a Parigi, il rumore emotivo è arrivato diretto e con tutta la sua forza in tutti i Paesi, Italia in primis.

Le motivazioni a caldo delle stragi in Francia sono quelle della libertà di stampa e quindi del rispetto, o mancato rispetto, di etnie e religioni diverse e relativa convivenza. Questi motivi che pure esistono sono troppo deboli per giustificare il senso di sgomento e di smarrimento che molti stanno provando. Anche adesso c’è quella impressione impercettibilmente forte di essere dentro a un tritacarne e di non conoscerne le dimensioni e tutto ciò che ruota intorno.

Durante i giorni della vicenda Moro si disse che tutto ciò era successo come reazione all’apertura da parte del deputato democristiano alla sinistra, creando fastidi e irritando quella parte di (strumentalizzata) sinistra estrema che non si era fatta scrupolo di imbracciare le armi e risolvere radicalmente il problema, eliminando fisicamente l’autore di quella apertura (come se la stessa apertura fosse decisa dall’unica mente di Moro). Nei decenni successivi, illustri studiosi hanno cominciato ad ampliare il quadro, sostenendo che la famosa apertura non dava fastidio solo alla sinistra estrema armata (e che questa fosse addirittura figlia di qualcosa di altro dalla sinistra conosciuta dai cittadini) ma dava fastidio anche a destra e al centro a cui lo stesso Moro apparteneva. Anche qui si parla di “particolari” ambienti di destra e del centro, del coinvolgimento di servizi segreti e di segreti accordi internazionali. Si era verificata una convergenza di interessi sull’eliminazione di Moro che ricorda quella convergenza di interessi sull’eliminazione di Giovanni Falcone di cui lo stesso magistrato aveva avuto pieno sentore tanto da non esitare a dichiararlo pubblicamente. Eppure nel caso delle stragi mafiose più impresse nella memoria, di tutto il quadro complessivo, ciò che è rimasto nell’opinione pubblica è che a uccidere Falcone (eppoi Borsellino) sia stata la mafia: verissimo e incontestabile, ma forse non unico tassello del quadro su cui indagavano i due magistrati. Ancora una volta, la società è stata messa a parte di un aspetto vero, ma non unico.

Chi continua a dichiarare di essere o non essere Charlie Hedbo, chi continua a discutere sulla blasfemia, chi continua a ipotizzare guerre di religione e di etnie continua a concentrarsi su un singolo aspetto, perdendo di vista il quadro nel suo complesso. Prova ne sia quel sentirsi impotenti e paralizzati anche in presenza di una spiegazione vera e razionale di causa – effetto.

Elisabetta Tonni