DAVIGO: I POLITICI NON VOGLIONO COMBATTERE LA CORRUZIONE

European Currency - Europδische WδhrungRoma, 23 marzo 2017 – Parole semplici e chiare. Le pronuncia il presidente dell’Anm, l’associazione nazionale dei magistrati, Percamillo Davigo: “Ci sono organismi sovranazionali che chiedono con insistenza all’Italia di mettere un freno alla corruzione, e una classe politica italiana che non ne vuole sapere”. Più esplicito di cosi, Davigo non poteva essere. La classe politica (una certa classe politica) non vuole risolvere il problema della corruzione. Il concetto espresso da Davigo in una lectio magistralis all’università di Cagliari fa il paio con quanto commentato dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, a proposito della decadenza da Senatore per “incandidabilità sopraggiunta” del senatore Augusto Minzolini condannato in via definitiva per peculato (nella fattispecie, uso personale della carta di credito da direttore Tg1). L’ex presidente della Consulta, Zagrebelsky, intervenuto nella puntata di DiMartedì del 21 marzo, ha spiegato che con questo atto parlamentare si è verificata una supremazia della classe politica (seduta in Parlamento) sulla decisione dei giudici. In parole più semplici ha detto: i giudici condannano un cittadino (il reato è stato commesso quando Minzolini non era ancora Onorevole) e i politici lo scagionano e riabilitano.

C’è poco da discutere sul fatto che la corruzione da diversi decenni a questa parte sia diventata sistemica. E c’è poco da discutere pure sul fatto che le mafie moderne abbiano individuato anche nella corruzione il loro nuovo strumento, preferendolo alla coppola e lupara. Pallottole e sangue piacciono meno all’Italia dei Padrini che preferiscono dedicarsi ai bandi e agli appalti. Questi ultimi sono più remunerativi, meno rischiosi dal punto di vista penale e indignano l’opinione pubblica senza però scatenarla nelle reazioni di contrasto.

Non si è mai registrato uno sciopero o una manifestazione contro una gara truccata.  Mai le piazze si sono riempite di persone infuriate per un appalto pubblico finito nelle solite mani. Eppure non mancano i casi di cronaca, da quelli più noti a quelli meno noti. Alcuni fatti hanno profili profili assurdi, come l’evasione fiscale di Finmeccanica. Ma i cittadini percepiscono (erroneamente) la corruzione come qualcosa lontana da loro, un fenomeno che esiste da sempre e contro il quale si può fare ben poco. Se si prende come esempio il caso Consip, questo è rimasto relegato a un problema parlamentare, che ha riempito le pagine dei giornali, ma non le piazze di gente. Il fatto che la corruzione non sia giunta a compimento non dovrebbe far venire meno le ragioni di protesta popolare, perché come scrive il giornale online “Il Post” che racconta tutta la vicenda sin dall’inizio, “Uno degli appalti che interessavano Romeo è quello che i giornali hanno definito “l’appalto più ricco d’Europa”: il cosiddetto “Facility Management 4″, che vale in tutto più di due miliardi e mezzo di euro“.

Una dimensione economica più concreta di quanto rendano le corruzioni negli appalti pubblici è fornita dal rapporto annuale della Gdf. La Guardia di Finanza ha calcolato che nel 2016 le irregolarità abbiano toccato il valore di 3,4 mld di euro, il triplo dell’anno precedente. Il rapporto si basa su quanto accertato dalla Guardia di Finanza, ma non considera le irregolarità che sono sfuggite al lavoro sia pure attento e puntiglioso dei finanzieri. Non è quindi assurdo ipotizzare che i 3,4 miliardi di euro siano un valore stimato per difetto.

Sono gli stessi appartenenti ai vari corpi d’armata (carabinieri, polizia, finanza, eccetera), esperti, magistrati, avvocati e quant’altro a spiegare che la corruzione è molto difficile da contrastare perché né il corrotto, né il corruttore hanno interesse a smascherare l’inghippo. A questo va aggiunto che se non cambieranno le pene, il reato di corruzione fa meno paura. Gli anni di carcere a cui si potrebbe essere condannati non hanno nulla a che vedere con il 41 bis o con altre condanne per mafiosità.

E che cosa si può fare allora? Lo suggerisce sempre Piercamillo Davigo: “La soluzione non spetta alla magistratura, ma ai cittadini”. Sta ai cittadini combattere la corruzione. Magari indignandosi di più, denunciando e protestando anche fuori dal web.

Elisabetta Tonni