Comunicato stampa  – Stampa Romana da un paio di anni ha sollevato con forza, nelle sedi deputate e con iniziative tematiche e specifiche, la questione del giusto pagamento del lavoro nel nostro settore.

Quando ci riferiamo al giusto pagamento non vogliamo solo fermarci alle regole contrattuali, al doveroso rispetto delle norme per giusti salari e corrette condizioni di lavoro necessarie perché il sistema “editoria” regga.

Oggi dobbiamo affrontare una insidia meno visibile ma assolutamente stringente.

Il nostro lavoro è il pane quotidiano di cui si servono gli Over the top per far girare contenuti e agganciarli agli introiti pubblicitari.

Di questo danaro, ben presente nei fatturati rilanciati anche nell’articolo che leggerete, noi non vediamo traccia.

Il nostro mondo tradizionale si impoverisce, aggredendo in modo particolare i giornalisti e i loro posti di lavoro. Il nuovo mondo digitale, pur avendo radici ben piantate nei contenuti prodotti dai colleghi, non fa tornare che briciole sulla tavola dei produttori.

E’ ora di prendere atto di questa situazione e mobilitarsi sui diversi livelli dei decisori politici.

Lo hanno fatto gli inviati di guerra che, seguendo l’esempio del collega Sammy Ketz, direttore dell’Ufficio France Presse di Baghdad, hanno sottoscritto e inviato al Parlamento Europeo un appello perché venga affrontata la questione dei diritti connessi. Una questione congelata qualche mese fa dopo che, ad avviso dello stesso Presidente Antonio Tajani, i parlamentari e le istituzioni europee avevano subito una durissima attività di lobby in difesa dell’Internet libero.

Ebbene per noi, per il gruppo dirigente di Stampa Romana, si tratta di una semplice, se volete banale, ma ineludibile questione di giustizia sociale, di redistribuzione, di lotta a monopoli privati molto più grandi (anche per la loro influenza sulle nostre decisioni, sul nostro modo di pensare) di qualsiasi monopolio industriale del passato, di sopravvivenza e ripresa dell’editoria.

Di seguito l’articolo di Le Monde che rilancia il guanto di sfida.

Accordare alla stampa i “diritti connessi” online: una questione di vita o di morte (Le Monde)

[A luglio, il Parlamento europeo ha respinto la riforma europea del copyright mirante ad adattarla all’era digitale. Questa direttiva è stata difesa da creatori, artisti ed editori. La  riforma era volta a creare “diritti connessi” che consentirebbero di retribuire i giornali, le riviste e le agenzie di stampa, come l’Agence France-Presse, quando i loro articoli vengono ripresi online. La riforma del diritto d’autore sarà discussa nuovamente al Parlamento europeo nella sessione plenaria di settembre.]

Sammy Ketz (direttore dell’ufficio della France Presse a Baghdad, primo firmatario dell’appello per la riforma del diritto d’autore per i media)

Stavo facendo un reportage a Mosul, l’ex capitale del gruppo dello Stato Islamico, sui bambini che tornavano a scuola, chiusa per tre anni dai jihadisti, e stavo pensando a come potevo raccontare al meglio l’incommensurabile gioia dei ragazzi di ritrovarsi sui banchi di scuola di questa città martoriata. Un diritto che gli era stato negato per anni. Ero seduto con il fotografo, il videomaker e l’autista di AFP in un ristorante prima di tornare a Baghdad, quando ho letto un articolo sui dibattiti europei dei “diritti connessi”. Questo articolo ha attirato la mia attenzione.

Ero appena arrivato in Iraq per la terza volta dopo l’invasione statunitense del 2003. Avevo attraversato in lungo e in largo per cinque anni una Siria distrutta dalla guerra, dove in diverse occasioni avevo schivato pallottole che arrivavano da ogni dove e rischiato la vita. In più di 40 anni di carriera da inviato, ho visto diminuire progressivamente il numero di giornalisti su campo, mentre i pericoli sono aumentati inesorabilmente. Siamo diventati bersagli e le nostre missioni costano sempre di più. Sono finiti i giorni in cui si andava in guerra in giacca, o in maniche di camicia, una carta d’identità in tasca, accanto al fotografo o al videomaker. Oggi c’è bisogno di giubbotti antiproiettile, auto blindate, a volte di guardie del corpo e assicurazioni per evitare di essere rapiti. Chi paga queste spese? I media, ed è un costo pesante.

Benché i media paghino cifre elevatissime per inviare giornalisti sul campo, professionisti che tra l’altro rischiano la vita per produrre un servizio di notizie affidabile, completo e diversificato, questi non raccolgono nessun profitto. Le piattaforme online ne traggono invece beneficio senza pagare nulla. È come se tu lavorassi, ma una terza persona raccogliesse spudoratamente il frutto del tuo lavoro. Se dal punto di vista morale è già ingiustificabile, dal punto di vista della democrazia lo è ancora di più.

Quanti amici hanno smesso di raccontare e di scrivere perché i loro media hanno chiuso o non potevano più pagarli. Fino a quando hanno riposto le loro penne o le loro macchine fotografiche, abbiamo condiviso la terribile sensazione di nasconderci dietro un muro che tremava sotto i bombardamenti, la gioia indescrivibile di riuscire a raccontarlo, di poter dire al mondo la “verità” che avevamo visto con i nostri occhi, gli incontri straordinari con i “signori della guerra” e i loro uomini armati che sorridevano mentre giocavano con le pistole o i pugnali osservandoci mentre facevamo domande ai loro capi. E poi, il triste dolore davanti ai civili intrappolati, le donne che proteggevano i loro bambini mentre i proiettili raschiavano le pareti del rifugio in cui avevano trovato una breve protezione.

I media hanno sofferto molto prima di reagire, lottando con le conseguenze piuttosto che con la causa. I giornalisti vengono licenziati al punto di arrivare a volte ad una situazione grottesca: un quotidiano senza giornalisti. I media chiedono che i loro diritti siano rispettati per poter continuare ad informare, chiedono che gli introiti delle vendite vengano condivisi con coloro che producono i contenuti. Questo è il significato di “diritti connessi”. Dobbiamo smettere di credere alla menzogna diffusa da Google e Facebook che la direttiva sui “diritti connessi” minaccerebbe l’accesso ad Internet gratis. No, Il libero accesso ad Internet durerà perché i giganti della rete, che attualmente usano i contenuti editoriali gratuitamente, possono rimborsare i media senza chiedere ai consumatori di pagare alcunché.

Difficile? Impossibile? Niente affatto. Facebook ha realizzato profitti per 16 miliardi di dollari nel 2017 e Google 12,7 miliardi. Devono semplicemente pagare le loro quote. In questo modo i media sopravviveranno e i titani di Internet contribuiranno alla diversità e alla libertà di stampa a cui si dichiarano legati.

Sono convinto che i deputati, che sono stati ingannati da lobbying non veritiere, ora capiscono che la gratuità di Internet non è a rischio. La posta in gioco è la libertà di stampa perché se i quotidiani non avessero più giornalisti, non ci sarebbe più quella libertà a cui i parlamentari, a prescindere dalle loro inclinazioni politiche, sono legati. Innumerevoli volte ho incontrato persone bloccate, isolate, indifese, che mi hanno chiesto solo una cosa: Racconta quello che hai visto, così avremo la possibilità di essere salvati”. Dovrei rispondergli: “No, non ti illudere, siamo gli ultimi giornalisti, presto non ci saremo più, spariremo per mancanza di denaro?”.

È noto che Facebook e Google non assumono giornalisti e non producono contenuti editoriali ma vengono pagati per la pubblicità legata ai contenuti prodotti dai giornalisti. Ogni giorno, i giornalisti indagano su tutti gli aspetti della vita per informare i cittadini di tutto il mondo. Ogni anno vengono premiati i giornalisti più coraggiosi, intrepidi e di talento. Non possiamo permettere che questo saccheggio continui ad impoverire i media indebolendo il reddito a cui hanno diritto. Rischiamo di arrivare ad un punto di non ritorno quando non ci saranno più premi da assegnare per mancanza di candidati.

È tempo di reagire. Il Parlamento europeo deve votare in modo schiacciante a favore dei “diritti connessi” per la sopravvivenza della democrazia e uno dei suoi simboli più importanti: il Giornalismo.