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Ermias Ghermay accusato da Nuredin Wehabrebi Atta di essere il ‘signore’ dei trafficanti

 

Roma, 1 settembre 2015 – Il succo è tutto in quelle frasi significative scritte da Salvo Palazzolo su Repubblica e riprese poco o nulla dai mass media. Sono le dichiarazioni dell’eritreo, trafficante pentito, Nuredin Wehabrebi Atta secondo il quale i soldi delle migrazioni sono depositati in Germania. A quanto può ammontare il tesoro a cui fa riferimento Nuredin Wehabrebi Atta? Fare i conti è complicato e le cifre si possono solo ipotizzare, ma mettendo assieme alcuni dati raccolti sul web l’ammontare è alto, molto alto, e si tratta di miliardi di euro.

Se l’eritreo dice il vero, basta fare un calcolo sommario: ogni immigrato paga fra i 1.500 e i 2.000 euro a tratta. Se si considera che secondo l’Unhcr l’Italia accoglie un rifugiato ogni mille persone, la Svezia ha più di 11 rifugiati ogni mille abitanti, la Francia ne conta 3,5 ogni mille e il Libano ospita 1,2 milioni di profughi e se a questi si aggiungono i rifugiati nei paesi non citati (Germania, Spagna, eccetera), i clandestini che sfuggono ai conteggi, gli immigrati morti durante i viaggi che comunque il loro “biglietto” da 2.000 euro lo avevano pagato, se ne ricava nel corso dell’ultimo decennio un giro d’affari plurimiliardario.

Repubblica riferisce che altri scafisti stanno parlando. Nuredin Wehabrebi Atta però lancia un’accusa precisa e indica come “signore” dei trafficanti tale Ermias Ghermay. Come sempre sarà necessario svolgere indagini e aspettare processi e sentenze per sapere se l’accusa è vera, ma un elemento è certo: anche se costui fosse colpevole, sicuramente non sarà l’unico e, come ha affermato sempre il pentito eritreo, esiste una rete di protezione a livello europeo. Non si spiegherebbe altrimenti il perdurare così a lungo di questo fenomeno e una negazione così lunga dell’emergenza immigrazione.

Nelle ultime corrispondenze di Rainews, Paolo Poggio riferisce che uno dei centri di accoglienza a Vienna è gestito da una società svizzera e che il desiderio dei profughi – come si sa già da anni e come confermano molte statistiche – è quello di raggiungere, guarda caso, la Germania. Ora fare due più due per affermare che dietro a questi affari plurimiliardari che durano da decenni ci sia la mafia è troppo scontato. Questo passaggio così semplice lo ha fatto in questi giorni il quotidiano tedesco Die Welt secondo il quale l’organizzazione che sta traendo maggior beneficio dai richiedenti asilo è la mafia che incassa soldi per gestire le strutture di accoglienza e fornire servizi inadeguati. E questo noi italiani lo avevamo appreso già con Mafia Capitale. Parlando di mafia è facile pensare all’Italia, tuttavia tale associazione di pensiero potrebbe essere solo parziale. Francesco Forgione, nel suo libro Mafia Export pubblicato nel 2009 disegna una mappa (im)pietosa delle infiltrazioni in Germania delle organizzazioni italiane, ma Ermias Ghermay, l’accusato da Nuredin Wehabrebi Atta, non è italiano né mafioso (nel senso di mafia italiana) anche se ha spedito soldi (e moglie) nei pressi di Francoforte dove secondo il libro di Forgione c’è la mafia italiana. Questo conferma la teoria che la mafia italiana o straniera che sia, per esistere e resistere ha bisogno di una rete di protezione che non si limita alle singole organizzazioni. Si dovrebbe dunque riflettere sul concetto di mafioso per capire se tale è solo colui che con una goccia di sangue e la recitazione di una frase si affilia a una delle organizzazioni italiane così catalogate o se invece il termine mafioso si riferisce a una modalità comportamentale che si ritrova nelle organizzazioni fortemente strutturate che presentano agganci e protezioni a livello imprenditoriale, politico e sociale.

Nei giorni dell’emergenza migratoria, i mass media continuano a riferire le frasi dei politici di varie appartenenze con le loro dichiarazioni che mantengono l’attenzione sugli aspetti quotidiani dell’emergenza immigrazione. Sarebbe bello che a queste cronache se ne affiancassero altre che inseguono i flussi di denaro che migrano dai trafficanti ai centri di accoglienza e finiscono oltre. Solo in Italia se ne contano 14 oltre a 5 centri di identificazione ed espulsione e 1.861 strutture temporanee. Sarebbe bello leggere sui mass media i resoconti delle inchieste giornalistiche di approfondimento realizzate da chi si mette sulle tracce dei flussi di denaro, come la buona scuola insegna. Gli italiani comprenderebbero meglio il fenomeno migratorio e tutto ciò che c’è dietro a livello transnazionale. Ma forse è questo il problema: capirebbero troppo.

Elisabetta Tonni