IL DIRITTO DI RIVENDICARE CON ORGOGLIO LO STATO DI DIVORZIATO

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Roma, 9 settembre 2015 – Lo ha capito anche il papa Francesco. Il divorzio è un atto che si sceglie e per questo merita rispetto come tanti altri atti, per esempio il matrimonio. Mentre il Papa ha avviato la riforma della Sacra Rota per rendere più snello, non più peccaminoso il divorzio e non si nasconde dietro le ipocrisie nell’affrontare gli argomenti più invisi al perbenismo pubblico, la società laica e civile si rivela molto meno disinvolta.

Può esistere molta più dignità in un buon divorzio di quanta ipocrisia esiste in un matrimonio falso. Ma gli uffici che rilasciano atti civili non sembrano considerare questo aspetto.

La prima sorpresa arriva al momento della firma di quello che si pensa sia l’ultimo atto del divorzio all’anagrafe del Comune di appartenenza. Lì si scopre, infatti, che c’è un ulteriore passaggio: dopo la sospirata firma di divisione definitiva, devono trascorrere altri 15 giorni per poter richiedere nel Municipio di competenza un documento che certifichi il nuovo stato civile. E qui arriva l’aspetto più buffo se non fosse umiliante: sul modulo di divorzio per richiedere il certificato la dicitura “Divorzio” non compare da alcuna parte. Sul foglio compare solo la dicitura “Matrimonio” anche quando si divorzia.

Per vedere la parola ‘proibita’ sul certificato bisogna chiedere il certificato di matrimonio e aggiungere la dicitura ‘con annotazioni’. Solo in questo modo l’impiegato dietro allo sportello è autorizzato a consegnare un foglio con scritto in cima, a caratteri grandi ‘ATTI DI MATRIMONIO’, violando qualsiasi rispetto per chi vuole divorziare e chiudere con il matrimonio. Il foglio è diviso da due righe. Nella parte destra, più grande, compare, in caratteri ben leggibili, l’atto di matrimonio, dove, come e quando i due ormai ex coniugi si sono sposati, gli articoli di legge che sono stati loro letti, i nomi degli allora “promessi”, quelli dei testimoni e addirittura le firme. È la prima cosa che balza agli occhi e quella serie di ricordi messi in fila uno dietro l’altro fa fare un tuffo al cuore anche ai più cinici. Il primo pensiero è quello di un errore commesso dall’impiegato nel fornire sbadatamente l’atto di matrimonio invece che quello di divorzio. Solo a una più attenta osservazione ci si accorge di un trafiletto a lato, scritto in caratteri quasi illeggibili per quanto sono piccoli. Anche la differenza di dimensione del carattere usato sembra voler scatenare un senso di colpa per chi divorzia in contrapposizione all’inneggiamento di quando, invece, ci si sposa. Le tre righe concernenti la separazione e le sette concernenti il divorzio si individuano solo avvicinando il documento a una fonte di luce. Ma a questo punto, come risulterà ora lo stato civile? Sul certificato di stato libero dove si dovrebbe leggere: “divorziata” o “divorziato” viene scritto “già coniugata oppure già coniugato”. Grande è l’amarezza che si prova uscendo da quegli edifici delle Istituzioni pubbliche al servizio dei cittadini. Grande è anche l’angoscia e la nausea che si prova ora a scrivere. La domanda è: perché? Perché ferire così una persona? La richiesta del certificato, l’impaginazione, i caratteri sembrano proprio fatti apposta per ricordare che c’è stato un momento bello con la dignità di comparire ben visibile ed altri due da tenere ben nascosti, sul lato sinistro, quasi illeggibili. Nascosti come l’ambulatorio della Legge 194 all’Ospedale S. Camillo di Roma e come la Stanza 267 all’Anagrafe di Roma. Viene in mente la bella espressione di un grande linguista: “la lingua ci parla”…..e i luoghi pure.

Adele R.

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