Il pericolo di dire addio alle monetine da 1 e 2 centesimi

Nel 2004, a pochi anni dall’entrata in vigore dell’euro, già si sarebbe voluto dare l’addio alle monetine da 1 e 2 centesimi. Furono a lungo boicottate da alcuni negozianti disposti ad arrotondare al ribasso i prezzi che nel frattempo erano già raddoppiati rispetto a quelli espressi quando la valuta era la Lira. I consumatori però hanno continuato a farle circolare, forse perché non è vero che valgono così poco. Nel 2014 alcuni parlamentari ci riprovarono. Ma a sparire fu quell’idea. A distanza di altri tre anni, Boccadutri ritenta.

di Elisabetta Tonni

Roma, 16 maggio 2017 – Chissà quali sono i supermercati frequentati dai politici firmatari dell’emendamento con cui si vorrebbe dare l’addio alle monetine da 1 e da 2 centesimi: piccole, ingombranti e per questo lasciate nei cassetti di casa o peggio ancora nelle casse di negozi e discount. Se i parlamentari facessero un giro nei supermercati delle periferie o in quelli delle città di provincia, si accorgerebbero che questo fenomeno non si registra. Quando nel resto da prendere, ci sono anche pezzi da uno e due centesimi, i consumatori ritirano e mettono nel borsellino. Se poi la spesa viene pagata, sia pur raramente, per il tramite della carta elettronica (di credito o bancomat) la storia dei centesimi fastidiosi non ha ragione di esistere.

Il possibile aumento dei prezzi

Con l’economia traballante e l’inflazione bassa, sempre ai limiti di guardia, i cittadini si attaccano (eccome!) anche ai centesimi. Che la loro sparizione possa influire su un rialzo dei prezzi, il Governo lo sa bene. E infatti, se l’emendamento a firma Boccadutri passasse, dovrebbe poi essere varato un decreto dal ministero dell’Economia per individuare le modalità per arrotondare i pagamenti in contanti. Anche nel 2014, sempre nel progetto di Boccadutri condiviso da molti altri, la sparizione delle monetine avrebbe dovuto essere accompagnata da politiche di contenimento della spesa. Con l’aumento dei prezzi, anche l’inflazione (quella contenuta e dunque buona) ne trarrebbe vantaggio. Nessuno sa dire se l’aumento anche minimo dei prezzi tornerebbe a togliere quel filo di ossigeno alla propensione al consumo. Tuttavia, il motivo dell’eliminazione delle monetine non sembra legato all’economia complessiva, ma più sarebbe di natura economica più… spicciola: in buona sostanza produrre quegli spiccioli costa più di quanto valgono.

La decisione europea

Vero è che l’addio alle monetine da 1 e 2 centesimi non è questione solo italiana. Ci sarebbe anche uno studio europeo dove si sospetta che il loro conio costi ai governi circa 1,4 miliardi. E tanto basta per orientare i gli euroburocrati a bloccare la circolazione dei tagli più piccoli di moneta metallica. Oltretutto alcuni paesi di Eurolandia, fra cui Finlandia e Olanda, avrebbero già adottato questa soluzione.

Le esperienze della Lira

Togliere dalla circolazione i pezzi più piccoli è una pratica che l’Italia conosce fin troppo bene. Negli anni Sessanta, le cinque lire avevano il loro bel valore e quando il prezzo del latte o del pane aumentava anche solo di cinque lire, le tasche del ceto medio basso ne risentivano subito. Poi, gli aumenti di prezzo furono così ricorrenti e assidui nel tempo che nella seconda metà del 1900 il tasso di inflazione era costantemente a due cifre.

Erano altri tempi, l’Italia gestiva autonomamente la politica monetaria e stampava e coniava quanto serviva, senza curarsi della svalutazione in picchiata. Così sparite le cinque lire, la stessa sorte toccò alle dieci lire e quindi alle venti lire. Fisicamente esistevano anche, ma erano spariti dai prezzi e dalla circolazione.

Complice una lunga serie di altri motivi, i conti dello Stato andarono talmente fuori controllo (gli economisti perdoneranno la sintesi estrema) che negli anni Novanta si ipotizzò addirittura una divisione per 2.000 della Lira, introducendo una sorta di “nuova Lira”.

Quell’idea non trovò mai la luce, ma coincidenza vuole che fosse poco più del valore con cui l’Italia fissò il passaggio di valuta dalla Lira all’Euro.

La sparizione delle monetine non è l’unica soluzione a cui pensa la Commissione europea.

Nell’ultimo scorcio del secondo millennio, si dibattè a lungo sull’opportunità di avere una moneta unica in Europa. Peccato che fra i tanti studi affrontati nelle sedi europee negli anni antecedenti il changeover, cioè il passaggio dalle rispettive valute nazionali all’Euro, gli economisti non sembra abbiano affrontato quello sul costo del conio per ogni singolo pezzo. Se ciò fosse avvenuto ci si sarebbe accorti subito dell’incongruenza che fabbricare quei dischetti piccoli di rame sarebbe costato più del loro valore. E se ciò fosse emerso, si sarebbe potuto trovare rimedio, come infatti sembra esserci. E sì, perché la Commissione europea non esclude affatto la possibilità di cambiare la composizione della lega per rendere la produzione delle monetine meno costosa. Un’altra soluzione al vaglio sarebbe quella di smettere di produrle e lasciare circolare quelle già esistenti. E attenzione, perché già con questa seconda ipotesi, non è da escludere che la stessa sorte toccherà fra alcuni anni anche alle monetine da cinque centesimi, poi da dieci e da venti centesimi. La storia ce lo insegna.