L’Italia deve sapere: deve sapere che cosa è successo quaranta anni fa, quando fu assassinato l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, punta dell’iceberg dell’impero economico finanziario e bancario messo in piedi da Michele Sindona. Gli italiani devono sapere quali erano e sono gli schemi (sfere di potere – finanze laiche e cattoliche – massoneria deviata – crimine organizzato – intrecci d’oltreoceano) che si presentano in molte occasioni e che rendono oscure le pagine di storia del nostro paese.

L’Italia che vuole sapere e farsi un’idea di come sono andate le cose deve vedere la docufiction prodotta dal servizio pubblico e dalla società di produzione Stand By Me sulla vicenda di un uomo, un avvocato di Milano, chiamato un bel giorno a rompere la sua routine quotidiana, fatta comunque di tribunali, per occuparsi di una causa più grande: contribuire a salvare i risparmi delle famiglie italiane che sarebbero andati persi con la bancarotta della banca di Sindona. Quella causa era più grande di lui, perché con i risparmi dei cittadini, Ambrosoli si accorse di ritrovarsi a dover salvare il paese, “che si chiami Italia o Europa”.

La storia raccontata nella docufiction in onda mercoledì 18 in prima serata su Rai Uno ripercorre abilmente e con dovizia di particolari tutta la vicenda. Le parti di recitazione affidate ad Alessio Boni (a sinistra nella foto accanto al regista Alessandro Celli), Dajana Roncione, Claudio Castrogiovanni (sua anche la voce fuori campo), Fabrizio Ferracane si intersecano in un mix equilibrato con quelle del documentario, dalle testimonianze dei protagonisti di quella vicenda (i giudici Turone e Colombo, Annalori Ambrosoli e il figlio Umberto), ai materiali di repertorio messi assieme con grande fatica, perché molti di questi risultano spariti nel corso degli anni dall’archivio Rai.

Chi poteva solo ipotizzare che la frase “In fondo Ambrosoli se l’è andata a cercare” fosse una leggenda metropolitana, può verificare che a pronunciarla davanti alle telecamere fu Giulio Andreotti, colui che aveva pubblicamente definito Sindona “il salvatore della lira”. Giorgio Ambrosoli pagò con la sua vita aver scoperchiato un vaso che conteneva troppi segreti, un matrix di rapporti che non poteva essere messo in piazza in quel modo.

La docufiction non fa minimamente cenno alla gambizzazione di Sindona che lui stesso si procurò sparandosi veramente nel tentativo di far passare come credibile il suo sequestro inventato per scampare all’estradizione. Peccato: un particolare importante per completare il profilo di un criminale dalla follia lucida, fredda e spietata come era l’avvocato di Patì che lo stesso Ambrosoli definì “essere” il potere.