Marcello Ravveduto, autore de "IL SINDACO GENTILE. GlI appalti, la camorra e un uomo onesto" Melampo Editore. (Foto: Elisabetta Tonni)

Marcello Ravveduto, autore de “IL SINDACO GENTILE. GlI appalti, la camorra e un uomo onesto” Melampo Editore. (Foto: Elisabetta Tonni)

Roma, 5 febbraio 2016 – Da avvocato, libero di annoverare fra i suoi clienti anche alcuni camorristi, a Sindaco libero di opporsi al partito politico di appartenenza pur di difendere i diritti dei cittadini. La storia di Marcello Torre, primo cittadino di Pagani, un centro importante in provincia di Salerno, è ripercorsa puntualmente nel libro “IL SINDACO GENTILE. Gli appalti, la camorra e un uomo onesto”, edito da Melampo Editore, scritto da Marcello Ravveduto, docente e storico presso l’Università di Salerno, scrittore di numerosi testi sulla mafia.

«Il Sindaco Gentile non è un nome scelto a caso per raccontare la storia di Marcello Torre – spiega l’autore
– perché il termine gentile ha la sua radice nel latino gens che significa gente. Marcello Torre era un sindaco che stava fra la sua gente e che ascoltava la gente, oltre a essere gentile». Questo è l’intervento integrale di Marcello Ravveduto:

«La vita di Marcello Torre – ricorda don Ciotti nella prefazione del libro – viene troncata la mattina dell’11 dicembre 1980, dopo che ha passato giorni e notti tra la sua gente, a gestire i soccorsi, a distribuire cibo e coperte. La mafia uccide una persona troppo libera per essere manipolata o anche solo “indirizzata”».

Il sociologo della criminalità organizzata, Nando dalla Chiesa, scrive: «I protagonisti del racconto, che cresce d’intensità fino all’omicidio, sono infatti sempre almeno due. In primis Marcello Torre, ‘Democristiano indipendente’, inizialmente avvocato anche di camorristi, capace di difendere la legge sul divorzio in contrasto con la corrente fanfaniana, maggioritaria nel suo partito, e, da politico locale, di frapporsi alla brama di accaparrarsi da subito una posizione di rilievo nell’impegno di ricostruzione per il dopo terremoto (23 novembre 1980, 2.735 morti e 8.850 feriti). E poi una terra dove le sparatorie e i delitti, che insanguinano Pagani e la regione, segnano l’ascesa di Raffaele Cutolo, trasformandola in un “Far West”– 1527 omicidi in Campania tra il 1970 e i primi anni Ottanta –; una terra che dopo il sisma viene inondata di finanziamenti pubblici (50 mila miliardi di lire), creando un’emergenza infinita (nel 1990 ancora 28.500 sfollati) e alimentando l’appetito smodato dei boss, per aver ostacolato il quale viene decisa definitivamente la fine del “sindaco gentile».

A ricostruire il vissuto dell’Italia di trentacinque anni fa è la presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi. Ecco l’intervento integrale:

Nando dalla Chiesa sottolinea alcuni passaggi importanti: «La storia della camorra è disordinata, anarchica. Eppure c’è una data, l’11 dicembre del 1980, che fa da spartiacque per i clan come per l’Italia civile. Quel mattino venne ucciso a Pagani, in provincia di Salerno, il sindaco gentiluomo Marcello Torre. Democristiano indipendente, avvocato anche di camorristi, Torre si stava opponendo, da pubblico amministratore, a uno dei più grandiosi progetti di conquista criminale del Novecento: le mani della camorra sui lavori della ricostruzione dopo il terremoto che nemmeno venti giorni prima aveva squassato l’Irpinia. Per questo venne eliminato brutalmente su ordine di Raffaele Cutolo. In fretta, di corsa. Colpito per educare tutti gli altri amministratori che avessero voluto imitarlo. I clan campani arricchiti dal traffico di stupefacenti erano avviati al salto di qualità: far nascere la camorra-impresa, entrare nel settore legale e da lì rovesciare i rapporti con le istituzioni. Sulla memoria di Torre cadde un silenzio di imbarazzo e di vendetta. Specialmente a Pagani. La sua famiglia che chiedeva giustizia fu a lungo isolata. Si arrivò perfino, caso assolutamente unico, a intitolargli una piazza e a revocare l’intitolazione il giorno dopo. Il libro ricostruisce quei fatti apparentemente lontani, ma che ancora bruciano nella carne viva del Paese».

Don Ciotti nella prefazione scrive: «Questo libro ha il merito indubbio di restituire la figura di Marcello Torre in tutta la sua complessità. Ricostruisce, con un grande lavoro di archivio – documenti, articoli, testimonianze, scritture e corrispondenze private – il percorso politico, professionale e famigliare di Marcello. In sintesi, il suo diagramma esistenziale. Con un ulteriore merito: la figura di Torre si delinea dalla descrizione, non meno minuziosa e accurata, dell’Agro nocerino sarnese, la sua terra natale, così se la vicenda personale è una chiave di lettura per capire il contesto, la conoscenza del contesto, nella sua evoluzione storica e sociale, rappresenta la premessa per cogliere la complessità e le sfaccettature della persona. Marcello non l’ho conosciuto, ma molte cose che ho letto in questo libro le ritrovo in quello che mi hanno raccontato Lucia e Annamaria, la moglie e la figlia, che tanto fanno per tenerne viva la memoria, per evitare che si riduca a ricordo statico, inerte, e non seme di consapevolezza, d’impegno per la giustizia e per la verità. Ascolta l’intervento integrale di Annamaria Torre:

Marcello – si legge ancora nella prefazione di don Luigi Ciotti – si affaccia alla politica negli anni Cinquanta. È un ragazzo aperto, curioso, generoso. Benché di “buona” famiglia – il padre, Giuseppe, è un noto professionista, medico stimato per la sua bravura e disponibilità –, non si chiude nel suo ambiente ma comincia a guardarsi attorno e a sentire sempre di più il legame con la sua gente e la sua terra. È la cifra di un impegno civile e politico che prenderà le mosse dalla militanza nei gruppi giovanili democristiani, da un cattolicesimo aperto, inquieto, teso a coniugare i principi della Costituzione con l’intransigenza etica del Vangelo (non a caso, poco prima di morire, Torre citerà Dossetti e don Milani tra le figure che più lo hanno ispirato) e proseguirà con incarichi sempre più importanti a livello locale e provinciale. È in particolare come assessore alla Provincia, negli anni Sessanta, che la sua visione politica e sociale trova modo di concretizzarsi. Ecco allora gli investimenti nel campo dell’istruzione e della sanità, ma anche l’attenzione a temi che difficilmente trovavano un posto di rilievo nell’agenda di un politico, come quello della malattia mentale, o quello del sostegno delle fasce più deboli, con particolare attenzione alle donne e ai minori.

Ma il sogno di una Dc capace di promuovere lo sviluppo della sua terra, e del Sud in generale, si scontra, man mano che la figura di Marcello acquista peso e autorevolezza, con i conflitti e i giochi di potere, col cauto, opportunistico coesistere di “correnti” diverse per programmi ma unite, salvo eccezioni, da una concezione paternalistica e clientelare del potere.

Nel momento di spiccare il volo, le persone da cui si sarebbe aspettato un sostegno, gli voltano le spalle. Per Marcello è una delusione cocente, la scoperta – forse la conferma – che l’etica e la politica raramente vanno a braccetto, e che, proprio là dove si dovrebbe costruire il bene comune, dominano sottotraccia le pulsioni più individualistiche e egoistiche.

Torre torna a fare l’avvocato a tempo pieno, ma la passione politica continua a bruciare sotto le ceneri. Dal Piccolo giornale, che lui stesso fonda all’inizio degli anni Settanta, denuncia la sclerotizzazione dei partiti e in particolare della “sua” Democrazia cristiana, di cui vede con amarezza e rabbia il declino, la perdita di spinta ideale, la chiusura a un rinnovamento generazionale, il prevalere del piccolo cabotaggio. Refrattario agli schematismi e agli opportunismi, si mette in netto contrasto con le posizioni della corrente fanfaniana, di cui ha fatto parte. Nel 1974 si schiera con la minoranza cattolica che chiede il mantenimento della legge sul divorzio, rivendicando il primato di coscienza dei “cristiani adulti” e l’importanza di tutelare, insieme al valore della famiglia, le vittime dei conflitti e delle violenze famigliari, quasi sempre le donne e i bambini. Anche nella professione, le scelte sono tutt’altro che scontate. E se da un lato sceglie di difendere un piccolo boss locale cresciuto nel quartiere più disastrato di Pagani, salvo prenderne le distanze quando diventerà un camorrista di primo livello, dall’altro non si tira indietro quando si tratta di difendere l’anarchico Giovanni Marini, accusato di aver ucciso in una rissa Carlo Falvella, un militante missino, scelta che gli varrà la stima di Umberto Terracini, padre dell’assemblea costituente, il quale, convinto dell’innocenza di Marini, entrerà a sua volta nel collegio difensivo. Trova anche il tempo, nel suo sfrenato attivismo («era un tipo vulcanico – ricorda la moglie Lucia – doveva fare più cose contemporaneamente»), di dedicarsi alla passione per il calcio e diventare alla fine del decennio il presidente della Paganese.

Apprezzato per la sua generosità (non si contano le cause, ricorda Lucia, portate avanti gratuitamente per idealismo o per le difficoltà economiche del cliente) e il sincero interesse al bene collettivo, Marcello si convince che siano maturi i tempi per un ritorno alla politica. Nel frattempo però a Pagani – come nel resto del Sud – è avvenuto un cambiamento di cui la politica e l’informazione non colgono la profondità e la portata. Non è solo un cambio di scenario, ma una mutazione profonda, scaturita dall’intreccio di logiche al tempo stesso politiche, economiche, criminali. La realtà della camorra, e in senso lato delle mafie, diventa l’esasperata ma prevedibile conseguenza di una politica ridotta in buona parte a meccanismo non più solo clientelare ma affaristico, di una diffusa caduta etica, del dilagare della corruzione, del prevalere di un individualismo insofferente a ogni regola, limite, responsabilità. Ciononostante la criminalità continua a essere dipinta come un mondo a sé stante, oggetto di analisi superficiali e di formule stereotipate se non folcloristiche. Le sparatorie e gli omicidi che insanguinano Pagani e la regione negli anni dell’ascesa di Raffaele Cutolo vengono descritti come un “Far West”, come se quel dato – 1527 omicidi in Campania tra il 1970 e i primi anni Ottanta – non fosse la spia di un male molto più profondo.

Nell’estate del 1980 Marcello viene eletto sindaco di Pagani, ma in una Giunta monocolore, senza quell’appoggio del centro-sinistra che auspicava sia per proteggersi dalla “fronda” interna, sia per governare appellandosi a una maggiore corresponsabilità. Gli attacchi non tardano a arrivare, e, quando in un’inchiesta apparsa su un noto settimanale nazionale si parla di lui come di un «sindaco gradito alla camorra», come se la sua instancabile opera di mediazione avesse a scopo non l’interesse collettivo ma una bassa spartizione di poteri, Marcello capisce di essere solo. Tre giorni dopo, il 23 novembre 1980, il terremoto trasforma l’Irpinia in un cumulo di macerie: 2.735 morti e 8.850 feriti. Lo Stato stanzierà finanziamenti per 50.000 miliardi, che ingrasseranno mafiosi e corrotti, potenzieranno una politica inconcludente o complice, foraggeranno un’emergenza infinita: nel 1990, dopo dieci anni, saranno ancora 28.500 le persone costrette a vivere in roulotte, container o fabbricati di fortuna. La vita di Marcello Torre viene troncata la mattina dell’11 dicembre 1980, dopo che ha passato giorni e notti tra la sua gente, a gestire i soccorsi, a distribuire cibo e coperte. La mafia uccide una persona troppo libera per essere manipolata o anche solo “indirizzata”, una persona convinta che la democrazia è tale solo se alimentata dal contributo di tutti, solo se fondata su leggi scritte, prima che nei codici, nelle nostre coscienze. Questa l’eredità che ci ha lasciato Marcello Torre. Tanto più preziosa in un frangente come questo, in cui la crisi economica chiede alla politica di ritrovare la sua anima etica e ideale, e a noi tutti di non cedere alla tentazione della delega, delle scorciatoie proposte da chi sfrutta e manipola il malcontento. Marcello ci ha insegnato che solo mettendoci tutti in gioco possiamo costruire una società più giusta, e che le mafie, la corruzione e le tante forme d’illegalità a loro connesse, saranno sconfitte solo quando sapremo vincere l’indifferenza che ci rende passivi e quindi complici del loro male. Sta a noi tradurre, nelle azioni e nelle scelte di tutti i giorni, la sua grande lezione di vita. Questo libro ci aiuta a ricordarla».