esprori 2

Roma, 14 maggio 2015 – Case e cemento, cemento e ancora cemento. Gli italiani ne rimangono sempre più soffocati. Dagli anni Cinquanta ad oggi il suolo non più a prato è aumentato del 158%. A fornire i dati è Ispra, l’istituto superiore protezione e ricerca ambientale, secondo il quale il cemento non ha risparmiato neanche le aree protette o le rive dei fiumi e dei laghi. La fotografia scattata è impietosa: nel 2015

è sparito il 20% della fascia costiera italiana. Con l’estate alle porte, a italiani e i turisti stranieri è negato l’accesso, causa cemento, a oltre 500 kmq, l’equivalente dell’intera costa sarda. Nonostante la ricerca si riferisca alle edificazioni senza distinguere fra quelle autorizzate e quelle abusive, gli italiani conoscono molto bene il malcostume: intanto si costruisce, poi, prima o tardi, arriverà una sanatoria di concessione edilizia. In nome di questo principio se ne sono viste di tutti i colori: case in cemento con accesso direttamente sulla spiaggia (il litorale di Sabaudia ne è pieno); case costruite sorrette da quattro pilastri di cemento armato in modo da limitare l’invasione dell’area sabbiosa; ecomostri, alcuni dei quali per fortuna abbattuti; chioschi e baracchini adibiti a punti di ristoro. L’elenco è lunghissimo e non si limita alle spiagge, perché se è stato impermeabilizzato il 19,4% di suolo compreso tra 0-300 metri di distanza dalla costa e quasi e il 16% compreso tra i 300-1000 metri, sono stati spazzati via anche 34.000 ettari all’interno di aree protette, il 9% delle zone a pericolosità idraulica e il 5% delle rive di fiumi e laghi.

DSC00159

E che dire delle casette tipo presepio a ridosso delle scoscese montane? Neanche le zone più impervie sono state risparmiate: il cemento ha invaso persino il 2% delle zone considerate non consumabili (montagne, aree a pendenza elevata, zone umide).

Il problema non è solo estetico: va infatti riconosciuto che a fronte di costruzioni indecenti anche allo sguardo ve ne sono di assai gradevoli e in sintonia con il paesaggio, ma non per questo regolari o di impatto devastante per il terreno. E non si tratta neanche solo del mancato rispetto delle regole che sono tardate ad arrivare. Ma come si è arrivati a questo punto? Fino alla seconda metà degli anni Settanta, chiunque fosse proprietario di un appezzamento di terreno, piccolo o grande, poteva edificare sulla sua proprietà. Negli anni del dopoguerra, con la miseria alle spalle e la voglia di un riscatto di dignità favorito anche dal boom economico, la prima preoccupazione degli italiani è stata quella di assicurarsi una casa di proprietà. E il successivo rallentamento negli anni Settanta della crescita economica ha alimentato ulteriormente il desiderio di investire in qualcosa di più solido. Chi non poteva comperarsi una casa già costruita, l’ha edificata mattone dopo mattone, magari con l’aiuto reciproco di un gruppo di amici, con l’illusione che finita la casa fossero finiti i problemi. Invece no: rimanevano scoperti gli allacci all’acqua potabile di un acquedotto pubblico; l’allaccio a un sistema fognario; l’allaccio alle condutture del gas e a quelle dell’energia elettrica e anche le strade, l’illuminazione pubblica, il trasporto pubblico e via dicendo. Detto in poche parole sono le opere infrastrutturali primarie che in un piano urbanistico devono essere progettate prima delle costruzioni. Ma, come dice il proverbio, ‘cosa fatta, capo A’. Così nel 1977 con la legge 10, meglio conosciuta come Bucalossi, si è cercato di porre l’amministrazione pubblica in una posizione decisionale e di regia, non solo attraverso l’utilizzo della pianificazione, ma anche attraverso il rilascio delle concessioni edilizie. Questa legge stabilisce infatti che spetta all’amministrazione pubblica concedere il permesso di edificare, previo pagamento di una cifra che dà diritto alla concessione edilizia. La pubblicazione della legge era però ben lontana dal risolvere sia il problema della cementificazione, sia quello dell’abusivismo. Gli italiani hanno continuato a costruire in maniera sconsiderata, salvo poi pagare per la legge Bucalossi a posteriori (e non prima, come dovrebbe essere) la concessione edilizia.

A contribuire a questo stato di fatto sono state anche due mancanze gravissime da parte dello Stato: la prima riguarda i mancati piani edilizi o particolareggiati nelle zone che non presentavano ostacoli particolari; la seconda consiste nel mancato controllo rispetto alle situazioni più oscene, come le case a ridosso degli scavi di Pompei o nel parco dell’Appia antica a Roma (per fortuna, bloccate) o nel parco naturale del Circeo e si potrebbe continuare con un elenco fin troppo lungo.

A dare l’illusione che con i soldi si potesse sistemare tutto è stata la lunga serie di condoni edilizi partiti con la legge 47 del 1985 e proseguita con le sanatorie del 1994 e del 2003 (oltre a molti altri tentativi di condono mascherati sotto altre motivazioni). E anche laddove non c’è stato abuso edilizio, ma regolari licenze a costruire queste non hanno tenuto conto dell’impatto urbanistico. Tutti ricorderanno gli storici ‘sacchi’ di Palermo e di Napoli dove gli interessi di alcuni costruttori hanno prevalso sugli interessi della collettività.

Per quanto possa risultare paradossale, la cementificazione selvaggia ha danneggiato anche i centri urbani. Le città si estendono con delle periferie sempre di più in preda a una forza centrifuga incontrollata che porta a stravolgere l’assetto urbano. Ostia ne è un tipico esempio. L’agglomerato delle case estive dei romani agli inizi del Novecento è diventato il X municipio di Roma, tanto che la posizione della stessa capitale sulle cartine geografiche andrebbe modificata. Non sarebbe più reale indicare Roma con un cerchio a circa venti chilometri circa dalla costa (come era in origine), perché, casa dopo casa, fra chi ha costruito sui terreni verso il lido e chi ha costruito dal lido verso l’entroterra, la città si estende fino a toccare il mare.

Sono infatti le periferie e le aree a bassa densità le zone in cui il consumo è cresciuto più velocemente. Le città continuano ad espandersi disordinatamente dando origine allo “sprawl urbano” e sono sempre di più a rischio idrogeologico. È ancora viva negli occhi degli italiani l’immagine delle case in Liguria trascinate dai fiumi di acqua che si riappropriano dei loro letti, così come le immagini di montagne e colline che si sgretolano come fa un montarozzo di sabbia quando arriva l’onda del mare. Non a caso, alla Liguria vanno le maglie nere della copertura di territorio entro i 300 metri dalla costa (40%), della percentuale di suolo consumato entro i 150 metri dai corpi idrici e quella delle aree a pericolosità idraulica, ormai impermeabilizzate (il 30%).

Il problema vero riguarda infatti lo stravolgimento del territorio. Basti pensare che fra il 2008 e il 2013 (dati Ispra) sono state cementificate circa sei, sette metri quadrati al secondo. Legambiente ha invece calcolato l’abusivismo. Nel 2013 ci sono stati 26mila nuovi casi, tra costruzioni realizzate dal nulla ed ampliamenti di volumetria; in pratica, il 13 per cento delle nuove costruzioni è risultato abusivo. E dal 2003, anno dell’ultimo condono edilizio al 2011, sono state censite 258 mila case abusive, per un giro d’affari di 18,3 miliardi di euro.

E c’è anche da esser contenti, perché – di nuovo dati Ispra – fra il 2008 e il 2013 la velocità di ‘consumo’ del suolo è anche rallentata. Il danno è anche quello indiretto. Le nuove stime confermano la perdita prevalente di aree agricole coltivate (60%), urbane (22%) e di terre naturali vegetali e non (19%). In pratica si stanno cementificando anche alcuni tra i terreni più produttivi al mondo, come la Pianura Padana, dove il consumo è salito al 12% riducendo in un solo anno la possibilità a oltre 100.000 persone di alimentarsi con prodotti di qualità italiani.

Nella classifica delle regioni “più consumate”, si confermano al primo posto Lombardia e Veneto (intorno al 10%). Secondo un’elaborazione di Legambiente, a Monza dal 2008 al 2013 sono stati registrati 150 casi di abusivismo edilizio. Di questi, 80 non sono sanati e non c’è una richiesta in loro favore e cinquanta di questi 80 sorgono su aree agricole.

Tra le zone a rischio idraulico è anche l’Emilia Romagna, con oltre 100.000 ettari, a detenere il primato in termini di superfici. Monza e Brianza, ai vertici delle province più cementificate, raggiunge il 35%, mentre i comuni delle province di Napoli, Caserta, Milano e Torino oltrepassano il 50%, raggiungendo anche il 60%. Il record assoluto, con l’85% di suolo sigillato, va al piccolo comune di Casavatore nel napoletano. Per contro, esistono province, come Catanzaro, dove oltre il 90% del tessuto urbano è a bassa densità.

Fino al 2013, il valore pro-capite ha segnato un progressivo aumento, passando dai 167 mq del 1950 per ogni italiano, a quasi 350 mq nel 2013. Le stime del 2014 mostrano una lieve diminuzione, principalmente dovuta alla crescita demografica, arrivando a un valore pro-capite di 345 mq.

Le strade rimangono una delle principali causa di degrado del suolo, rappresentando nel 2013 circa il 40% del totale del territorio consumato (strade in aree agricole il 22,9%, urbane 10,6%, il 6,5% in aree ad alta valenza ambientale).

Infine, l’Ispra ha anche effettuato una prima stima della variazione dello stock di carbonio, dovuta al consumo di suolo. In 5 anni (2008-2013), sono state emesse 5 milioni di tonnellate di carbonio, un rilascio pari allo 0,22% dell’intero stock immagazzinato nel suolo e nella biomassa vegetale nel 2008. Senza considerare gli effetti della dispersione insediativa, che provoca un ulteriore aumento delle emissioni di carbonio (sotto forma di CO2), dovuto all’inevitabile dipendenza dai mezzi di trasporto, in particolare dalle autovetture.

Elisabetta Tonni