LA MANCANZA DI UMANITÀ PORTA ALLA MANCANZA DI RISPETTO

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione/denuncia

Roma, 27 giugno 2015 – La richiesta di chiamare una donna avvocatessa e non avvocato, presidentessa e non presidente, ministressa e non ministro non è un vezzo linguistico. L’apparente formalità nasconde una sostanza che richiama ai diritti di dignità tutt’altro che relegati alla mera declinazione di genere. La violazione dei principi culturali ed etici, nei quali rientrano rispetto e umanità, emerge dalla trascuratezza di alcuni piccoli dettagli in alcuni luoghi pubblici.

All’Anagrafe di Roma, Via Petroselli, 50 gli impiegati preposti alla procedura per il divorzio breve, appena entrata in vigore, sono gentili e forniscono spiegazioni molto esaurienti. Tuttavia, la stanza con la scritta “Separazioni e Divorzi” si trova in un angolino ben nascosto dell’enorme palazzo. Le altre stanze sono ben visibili, disposte lungo ampi e luminosi corridoi. Questa, invece, no. Separazioni e divorzi non sono situazioni che si affrontano a cuor leggero. Anzi, vi si arriva dopo un percorso lungo, travagliato e senza più speranze di recupero. Dopo tanta sofferenza dell’anima e dei sentimenti che diventa sofferenza del corpo, vedere la stanza buia e nascosta dà una sensazione di sale sulla ferita.

Nel vedere e nell’entrare in quel pertugio ho provato la stessa sensazione avuta nel 2004, ben 11 anni fa, quando a causa di una malattia rara e molto seria mi sono vista costretta ad interrompere una gravidanza molto desiderata. Quando mi sono dovuta sottoporre a questo tipo di intervento stavo talmente male che non ho realizzato deve si trovasse l’ambulatorio della legge 194. Ora, che devo frequentare quello stesso ospedale per i numerosi controlli legati alla mia patologia, mi capita spesso di passare davanti a quell’ambulatorio. Anche questo, come la stanza 267 all’Anagrafe, è ben nascosto. Qui si devono addirittura scendere delle scale strettissime, sulle quali i poveri infermieri avranno faticato parecchio per portarmi in barella! Quando guardo quelle scale mi torna in mente tutto il dolore di quella decisione e tutto quello che ho dovuto subire da alcuni medici che, indirettamente o direttamente, mi colpevolizzavano per una decisione che ho dovuto – e non voluto – prendere. Mi tornano in mente i comportamenti di quei medici nei confronti delle donne che per fortuna non stavano male come me, ma che usufruivano “semplicemente” di una legge dello stato. Il messaggio che la società vuole dare e radicare nell’immaginario collettivo è chiaro: i divorzi, le separazioni, le interruzioni di gravidanza sono cose brutte e quindi da tenere nascoste. Mi domando allora se è solo una formale trascuratezza l’abitudine di mettere sempre prima il nome dell’uomo e poi quello della donna quando due persone si sposano, si separano o divorziano. Cose piccole, ma che denunciano quanto ancora ci sia da lavorare e che le battaglie culturali non si limitano all’aspetto culturale.

Adele Maria R.P.

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