LA RIFORMA DELLA BUONA SCUOLA NON SUPERA GLI ESAMI DEI PROFESSORI

Roma, 5 ottobre 2016 – Dopo più di un anno di studi, la Buona scuola non ha passato gli esami: è stata bocciata dall’80% degli insegnanti. I concetti di carriera e di merito individuale dei docenti non piacciono per niente ai professori. E’ quanto emerge da una ricerca realizzata dalla SWG per la Gilda degli insegnanti, presentata in occasione della Giornata mondiale dell’insegnante istituita dall’Unesco,

In passato, ad aprire la porta al concetto di merito scolastico è stato il sistema Invalsi, un Istituto governativo nato con l’obiettivo di valutare il metodo di insegnamento e di formazione dei docenti. Se nella teoria è un principio corretto e utile per fornire elementi correttivi e migliorativi, la sua messa in pratica ha rappresentato forti negatività. Il sistema di valutazione avviene sottoponendo gli studenti ad alcune prove aggiuntive, cioè le famigerate ‘prove Invalsi’, in occasione dei loro esami a conclusione del ciclo di studi. In pratica, la bontà del corpo docente di una scuola avviene verificando il rendimento degli studenti sotto esame, anziché sottoporre a valutazione tutto il corpo dipendente della scuola in questione. Con questo sistema, il valore (o il disvalore) della scuola finisce per ricadere sulla carriera di studi dell’alunno, influenzandone anche il suo corso. Non è invece ben chiaro come la scuola, i cui alunni ottengono voti bassi alle prove Invalsi, ponga rimedio per accrescere la sua offerta formativa.

Se poi al sistema Invalsi si aggiungono i provvedimenti previsti dalla riforma Giannini/Renzi (nuova figura del dirigente scolastico; comitato di valutazione; bonus di merito; chiamata diretta e carriera degli insegnanti; reclutamento e formazione dei docenti) il sistema di insegnamento italiano prende la direzione della competitività, mettendo a rischio il diritto a uno studio di qualità che dovrebbe valere per tutti i cittadini.

Il pericolo maggiore prodotto da questa riforma – in base a quanto è emerso dal convegno – consiste nel creare corsie preferenziali che portino a scuole di alto pregio (con la deriva che questo sia determinato anche solo dalla fama) contro scuole scadenti. Per il corpo docente è invece necessario apportare miglioramenti a beneficio di tutto il sistema scolastico nel suo complesso e a beneficio dei cittadini che ne fruiscono. E’ questo il principio su cui si basa il malcontento degli insegnati sulla riforma bocciata da quattro su cinque.

A guardare il dettaglio della ricerca, c’è di che preoccuparsi. Per il 77% del campione intervistato, la Buona scuola non avrà effetti positivi per la professione e per l’81% non avrà effetti positivi neanche sulla qualità dell’insegnamento.

Contro la figura del nuovo dirigente scolastico punta il dito il 67% degli insegnati che nel 43% dei casi avrebbero preferito vedere il loro preside affiancato da un coordinatore eletto dal Collegio dei docenti.

Bocciato anche il comitato di valutazione per la sua composizione fatta da studenti, genitori e soggetti esterni. Inoltre, solo nel 48% dei casi c’è stato il coinvolgimento parziale degli insegnanti, mentre nel 24% non si sarebbe proprio verificato. Pollice verso anche sul bonus merito: il 79% crede che servirà a creare conflitti e competitività inutile fra i professori; solo per un insegnante su cinque il bonus potrà migliorare la scuola pubblica.

Sotto accusa anche il sistema di assegnazione delle cattedre. Appena il 5% ritiene utile la chiamata diretta contro il 46% secondo cui la sede dovrebbe essere assegnata per il tramite di graduatorie con regole nazionali come avveniva prima dell’entrata in vigore della riforma. Più articolata, invece, l’ipotesi di una nuova gestione della carriera anche se l’accesso alle classi di merito per il 56% del campione dovrebbe avvenire dopo cinque anni.

Infine, la formazione obbligatoria definita dalla riforma Giannini è buona per il 55% degli insegnanti solo se definita all’interno di un nuovo contratto di lavoro che comprenda un aumento di stipendio adeguato, mentre si storce il naso sul tirocinio dei tre anni per i neo laureati che viene considerato un sistema per utilizzare i giovani a basso costo.

Elisabetta Tonni

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