LA LEGGE DEL SILENZIO PORTA AL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

Roma, 2 maggio 2016 – È tempo che l’omertà da moralmente riprovevole diventi penalmente perseguibile. Il dramma dell’Italia nel non riuscire a combattere mafia e corruzione è tutto in quella ignobile omertà. La misura di quanto sia invalicabile questo muro è data dalla vicenda orrenda della piccola Fortuna che, a dispetto del suo nome, ne ha avuta molto poca nell’ultimo scorcio della sua vita brevissima.

La piccola di Caivano, per salvarsi, avrebbe dovuto sperare nelle denunce dei suoi coetanei, gli unici ad aver avuto il coraggio con l’aiuto e assistenza degli psicologi a svelare l’orrore che si consumava nel palazzo. Se gli adulti perseguono l’omertà, come fosse un valore, anche davanti agli abusi più efferati, quelli sui bambini, come si può pensare che vengano denunciate mafia e corruzione? Eppure esempi gloriosi di denuncia esistono nel nostro paese. Sono tanti e vanno da Peppino Impastato  a Rita Atria, dalla giornalista Federica Angeli che non si lascia intimorire dai clan Casamonica a tanti altri esempi e nomi. E nonostante l’elenco di chi denuncia e crede nella legalità sia molto nutrito, non basta a controbilanciare quello di chi pratica l’omertà e addirittura l’insegna. Mentre nella mafia esiste la “legge del silenzio” nel codice penale non esiste l’omertà come reato.

Secondo il dizionario Garzanti, l’omertà è la “solidarietà, silenzio su mancanze, colpe altrui per salvaguardare propri interessi, per timore di conseguenze negative ecc. | forma di solidarietà propria della malavita, per cui si mantiene il silenzio su un delitto o sulle sue circostanze in modo da ostacolare la ricerca e la punizione del colpevole”.

E così l’omertà che nasce negli ambienti mafiosi (addirittura l’etimologia potrebbe riferirsi a una deformazione nella parlata napoletana del termine umiltà per indicare sottomissione alle regole della camorra) si è sparsa sempre di più in tutti i settori. L’omicidio di Fortuna Loffredo non è legato alla mafia, anche se il contesto in cui si è verificato è quello camorristico. Eppure i meccanismi che sono scattati nel circondario sono quelli esatti della protezione dei boss: ostacoli alle indagini; microspie della polizia strappate; depistaggi e addirittura indottrinamenti di male-educazione ad alcuni bambini per evitare di far trapelare la verità.

Il mostro che ha commesso tanta violenza è lo stesso mostro che vive in chi nega e omette di dire quello che sa. I bambini che hanno subito violenza, l’hanno subita fisicamente da chi ha abusato di loro e figurativamente ogni qualvolta i vicini hanno difeso il mostro e non loro. Davanti a scenari di questo genere, come si può sperare che l’Italia possa diventare un giorno il paese della legalità e della trasparenza? Nell’impeto delle reazioni emotive, si può arrivare a evocare anche la configurazione giuridica di un nuovo reato, quello di omertà. Nel caso di Caivano, forse non sarebbe stato sufficiente a evitare i fatti ignobili; però potrebbe essere un segnale per la società.

La cultura della legalità è una strada lunga e deve partire proprio dal condominio in cui si vive, dove per condominio si intende l’ambiente circostante in cui si svolgono le proprie attività, siano esse lavorative, di vita, di famiglia, di scuola o di società. E se il reato di omertà incoraggiasse i più onesti a denunciare (pena la violazione di una legge) ciò che di fortemente illegale vedono e provano, forse quella strada potrebbe portare a qualcosa di buono invece che rimanere il solito vicolo cieco.

Elisabetta Tonni

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