Mafia, Uno scudo di libri contro le lupare

La mafia sarà sconfitta da un esercito di maestre. Così diceva Gesualdo Bufalino negli anni in cui la mafia parlava a colpi di lupara. Già da allora i libri e la cultura erano ritenuti il disarmo più efficace. Leonardo Sciascia mise in pratica il concetto scrivendo romanzi che hanno fatto la storia della letteratura italiana e non solo in chiave di contrasto alla mafia. Vittorio Nisticò, storico direttore del quotidiano L’Ora di Palermo, aveva fatto della cultura l’impostazione vincente del giornale in grado di competere con testate nazionali storiche. Renato Guttuso fece della rivendicazione dei diritti il punto centrale dei suoi dipinti. E invece adesso molti studenti non sanno chi siano boss mafiosi del calibro di Bernardo Provenzano o Totò Riina che pure hanno segnato alcuni dei periodi più brutti e più tristi della storia italiana. E se non si conosce la loro storia è difficile capire che cosa sia accaduto veramente nella storia italiana e contrastare i mutamenti continui di una mentalità mafiosa sempre più raffinata.

di Elisabetta Tonni
Roma – 11 luglio 2017 – Le chiamano “parole rubate”. Sono quei lemmi di uso corrente che nel gergo mafioso assumo tutto un altro significato. Ma quante sono le parole rubate? Tantissime. Molte sono note: cosca; cupola; famiglia; lupara, che indica il tipo di carica usata per i fucili nella caccia al lupo o al cinghiale. La lupara, in particolare, ha anche una variante: la lupara bianca che sta a indicare un assassinio mafioso senza spargimento di sangue. Era il caso delle tante sparizioni, dove ad essere eliminato, dopo la vita, era anche il corpo. Altre parole di cui la mafia si è impossessata sono meno note: paranza, l’imbarcazione da pesca costiera che nella camorra napoletana indica un gruppo di camorristi. E ancora: rispetto; onore; piovra; amico che nel gergo deviato della mafia e per estensione della politica è il notabile, spesso un parlamentare, al quale ci si rivolge per un aiuto solo in funzione del ruolo che gioca in un posto di potere.
L’inganno delle parole
L’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani ne ha messe assieme alcune, le più significative, per organizzare una mostra dal titolo “L’inganno delle parole”, esponendole su alcuni totem nel chiostro di San Domenico, in occasione di Trame, il Festival dei libri sulla mafia, a Lamezia Terme. Secondo il professor Giuseppe Patota, professore di Storia della lingua italiana all’Università di Siena-Arezzo e accademico della Crusca, “La mafia ha selezionato le parole funzionali all’immagine che voleva dare di sé. Ha scelto termini come ‘amico’ e ‘famiglia’ perché le facevano comodo, non potendo certo parlar male di se stessa. Il danno culturale che ne viene all’Italia è enorme”. Enorme è il danno che le mafie creano nel loro complesso se non vengono contrastate, temendone la violenza. È anche per questo che la settima edizione del festival culturale lametino aveva per titolo “Io non ho paura”.
La storia di Lamezia Terme
Lamezia Terme è una cittadina nel centro della costa calabra che si affaccia sul Tirreno. È formata dall’unione di tre Comuni: Sant’Eufemia, Sambiase e Nicastro che ne sposta il baricentro leggermente più nell’entroterra. È un Comune ricco di storia ben raccontata nel museo di Lamezia, dove passò – ne parla pure Aristotele ne ‘La Politica’ – anche Italo, il re degli Enotri, a cui l’Italia deve il nome. Se questa è la Lamezia della preistoria, la Lamezia della cultura, quella di oggi è una terra ancora fortemente segnata dalla presenza della ‘ndrangheta. Qui la “onorata società degli uomini valenti” si manifesta in maniera tradizionale con intimidazioni, estorsioni, traffico di droga, omicidi. E si manifesta anche nella forma più attuale: pressioni, corruzioni e inserimento dei loro referenti nelle Istituzioni, tanto che il Comune lametino rischia per la terza volta lo scioglimento per infiltrazione mafiosa.
La risposta culturale alla mafia
I cittadini però non si lasciano intimorire. Credono nel valore della cultura, di cui sono antichi depositari, come strumento potente di difesa dall’arroganza e dalla violenza mafiosa. D’altra parte il concetto non è nuovo anche se è spesso dimenticato. Uno dei primi a sostenere che la mafia sarebbe stata sconfitta da un esercito di maestre fu Gesualdo Bufalino. Leonardo Sciascia mise in pratica il concetto dei libri contro le mafie: un filone che ha toccato poi tutte le altre espressioni culturali dai film, al teatro, televisione, musica, fotografia e pittura. Il Guttuso antifascista rappresentava nelle sue opere la rivendicazione dei diritti e delle libertà, cioè quei valori usurpati anche dalle mafie. E ancora più significativo in questo senso, il suo quadro “Occupazione delle terre incolte di Sicilia” esposto nella Biennale di Venezia nel 1950.
L’importanza dei libri che riempiono un vuoto storico
Esiste una rappresentazione culturale sconfinata sui fenomeni mafiosi. Storie raccontate sotto tanti punti di vista e con chiavi di interpretazione fra le più varie. Eppure questi episodi che spesso hanno segnato la storia dell’Italia non vengono mai menzionati nella loro complessità nei testi per la didattica. I libri di storia in uso nelle scuole sorvolano sugli episodi mafiosi, per introdurre alcuni eventi che hanno radici in quegli episodi, ma che descritti all’improvviso diventano indecifrabili, svilendone l’importanza.
Il concetto è stato espresso molto bene, durante un incontro con alcuni liceali nell’ambito del progetto Trame Capitale, dal procuratore aggiunto di Roma, Michele Prestipino, che ha detto: “La mafia non viene mai rappresentata nei libri di storia. Poi uno si ritrova di punto in bianco a leggere, invece, che nel 1992 ci sono state le stragi e non capisce niente. Ma perché ci sono state? Quali dinamiche hanno portato fino a quel punto?”
È proprio la stessa affermazione di Angiolo Pellegrini, autore di “Noi, gli uomini di Falcone”. Lui ha combattuto la mafia in prima persona e non solo con i libri; era il capitano dei carabinieri di Palermo che unendo le sue forze con quelle del reparto di polizia coordinato da Ninni Cassarà procurava il materiale investigativo per consentire al pool antimafia coordinato da Antonino Caponnetto di istruire il Maxiprocesso di Palermo. I giudici Falcone e Borsellino erano i referenti diretti di Pellegrini e Cassarà.
Pellegrini, ora generale, è l’unico dei tre citati sopravvissuto alla vendetta dei mafiosi. E può raccontare tutto, anche dell’agguato a cui riuscì a sfuggire. Ma non è per questo che ha scritto il suo ultimo libro. “Io ho scritto questo libro per voi”, dice Pellegrini a un’altra classe di studenti di un liceo a La Storta, periferia Nord di Roma, dove gli alunni, prima di quell’incontro, non sapevano chi fossero Riina e Provenzano e avevano associato la figura di Falcone a quella di un avvocato.
Il vuoto storico non è colpa solo degli storici
Sarebbe troppo riduttivo puntare il dito per queste carenze contro gli autori dei libri di storia destinati alle scuole. L’esistenza della mafia è sempre stata negata. La sua nascita si fa risalire convenzionalmente a quella dell’Italia unita. Trent’anni dopo ci fu anche il primo omicidio di mafia riconosciuto. Ma dall’assassinio di Emanuele Notarbartolo (1893) considerato, appunto, la prima vittima di mafia, si dovrà aspettare l’assassinio di Pio La Torre per veder comparire nel codice penale il reato di associazione mafiosa. E dire che molti sono i nomi che hanno riempito le cronache fra questi due momenti e moltissimi altri sono i nomi che seguiranno fino ai giorni nostri.
Con la mafia negata dalla politica, con quale ardire gli storici avrebbero potuto inserire nei testi didattici argomenti relativi agli equilibri di Cosa Nostra, alle vicende di Tano Badalamenti, di Michele Greco o di Stefano Bontade (pare che il cognome esatto sia Bontate) tanto per fare qualche nome? Relegate per molti anni quasi al ruolo di scaramucce sia pure criminali fra compaesani o al massimo a fatti di cronaca nera, le mafie si sono alimentate anche di questo silenzio e di questa non curanza.
È pur vero che l’assenza degli episodi che hanno avuto un significato nella storia d’Italia è dovuta a un fattore cronologico. Se i libri accennano (non sempre nel modo corretto) alla strage di Portella della Ginestra dove la politica si servì certamente del bandito Salvatore Giuliano, ma ancor di più si servì della mafia per aprire il fuoco sui contadini che festeggiavano la conquista dei loro diritti, quasi mai vengono narrati gli episodi meno remoti, come per esempio quegli intrecci fra vari mondi (di sopra, di sotto, di mezzo e di molti lati) di cui Vito Ciancimino è uno dei migliori rappresentanti.
Spesso si tratta di vicende che sono avvenute in un tempo troppo vicino per uscire dalle cronache giornalistiche ed entrare nei libri di storia; nello stesso tempo, sono troppo lontane nel tempo per essere ricordate da chi non era ancora nato. In questo ‘limbo temporale’, l’Italia ha segnato il suo destino.
Come spiegare la mafia ai giovani e ai giovanissimi
A compensare questo vuoto cognitivo hanno pensato i primi autori dei libri che miravano a creare una documentazione che durasse nel tempo. Il vuoto non era di poco conto. Anzi, già dagli episodi di Sindona, per molti anni promosso a “salvatore della Lira”, la mafia stava ampiamente dimostrando di avere un ruolo indispensabile che si intrecciava, influenzandole, con le vicende dell’economia e della politica italiana. Secondo lo storico Enzo Ciconte, docente universitario, “è un fatto gravissimo che non ci siano le storie di mafia nei libri di storia. Chi scrive i testi pensa ancora che la mafia sia un fenomeno criminale e non li inserisce nei libri; ed è gravissimo anche che gli insegnanti di scuola li assumano come testi di base. È necessario spiegare agli studenti che cosa sono state le mafie”. Ma se la mafia ha inizio con l’Unità d’Italia, come è possibile che si sia sempre sorvolato su quegli episodi, a parte casi molto rari? La risposta a questa domanda potrebbe consistere in un’altra affermazione di Enzo Ciconte: “La mafia è sempre stata anche un fenomeno di classi dirigenti che si sono vergognate di quanto è accaduto e non vogliono che quelle storie vengano ricordate”.
Per spiegare le storie mafiose e soprattutto per spiegare le dinamiche, la sopraffazione, la violazione che le mafie rappresentato, lo storico Fabio Truzzolillo ha curato con successo un’iniziativa davvero singolare. Si è rapportato con i bambini delle scuole elementari. Racconta loro alcuni episodi e lascia che i bambini le rielaborino anche introducendo elementi di fantasia. Anzi, fa di più. Non va a raccontare i grandi episodi di mafia. Si concentra su quelli meno noti che però hanno segnato il territorio dove vivono quei bambini. “Spesso ci si dimentica di quanto le mafie siano pervasive sui territori – spiega Truzzolillo – che sono poi i luoghi dove si nasce, si cresce, ci si innamora”. Così, nello scegliere le storie da raccontare, è andato a proporre quella di un sovrintendente di polizia, Salvatore Aversa, ucciso a Lamezia Terme, oppure la storia di due netturbini innocenti uccisi solo per mandare un messaggio a chi governava la città che la mafia era intenzionata a mettere le mani sulla nettezza urbana”.
Ma come si fa a spiegare a un bambino vicende così complesse, sperando nell’apprendimento? “Se i bambini – spiega ancora Truzzolillo – cominciano ad apprendere e si appassionano alla vicenda, non li ferma più nessuno. Ci eravamo resi conto che le lezioni frontali non funzionavano, così abbiamo cercato un metodo alternativo che li coinvolgesse direttamente. Abbiamo proposto loro di diventare protagonisti di quella scoperta e di raccontarla a modo loro, con il loro linguaggio, con la scrittura, con i disegni. Una volta innescato quel meccanismo, la loro fantasia diventa inarrestabile. Alcune storie sono state arricchite anche con particolari non veri, ma quello che interessa non è la cronaca dei fatti, quanto la ricezione del messaggio”. Qualche esempio? “Uno fra tanti è la storia dei bambini a metà, cioè i figli dei mafiosi che crescono in un ambiente criminale. I bambini hanno immaginato questi loro coetanei disegnandoli solo con una metà verticale del corpo. La metà che mancava era quella relativa alla libertà, alla fantasia, alla loro vita che era già pre-indirizzata verso un futuro da mafioso”.
La mafia ancora negata ora si alimenta di corruzione
Così si entra nel paradosso che i posti dove la mafia si è maggiormente radicata e palesata diventano quelli dove è più facile introdurre anche il senso di ribellione e di lotta alla mafia. Questo concetto è stato compreso molto bene dal mondo mafioso e da quello che si associa ad esso dall’esterno. Non a caso la mafia e i sistemi criminali organizzati nel loro complesso hanno scelto strade molto più redditizie e molto meno appariscenti soprattutto a livello di condanna che ne deriverebbe da parte dell’opinione pubblica. Al traffico di stupefacenti, che rimane sempre il cuore del commercio mafioso, si sono affiancati e sono diventati sempre più predominanti le corruzioni, le intimidazioni e spartizioni nelle partecipazioni agli appalti pubblici.
La tecnica è in vigore da molti anni. Bernardo Provenzano ne fece il punto della sua riforma di Cosa Nostra, come è bene evidenziato dal libro “Codice Provenzano” scritto a quattro mani dal procuratore Michele Prestipino e dal giornalista Salvo Palazzolo. Subito dopo l’arresto di Totò Riina, Provenzano si trasformò da “Binnu ‘u Tratturi”, come era soprannominato per la sua ferocia, a “ragioniere” per la sua abilità nel fare calcoli e non solo di natura matematica a dispetto del suo livello di istruzione (seconda elementare).
Capì infatti che le lupare, rosse o bianche che fossero, dovevano essere chiuse nell’armadio; da quel periodo in poi era più conveniente saper fare di calcolo e mantenere equilibri per inserirsi in quel fiume di soldi che scorreva negli appalti pubblici. È addirittura Angelo Siino, uno dei pentiti di mafia, a raccontare che lui stesso era definito nel suo ambiente “il ministro dei Lavori pubblici” di Cosa Nostra. Lo racconta nel libro “Mafia, vita di un uomo di mondo” scritto con Alfredo Galasso, suo avvocato difensore.
Non è vero tuttavia che reati meno rilevabili dall’opinione pubblica, come gli appalti su cui si sono indirizzati gli interessi mafiosi, siano meno dannosi alla collettività o facciano meno vittime. Non fanno neanche meno morti. Se infatti si contassero tutti i decessi dovuti ai cedimenti infrastrutturali oggetto di gare manipolate vinte dalle associazioni criminali organizzate, ci si renderebbe conto che il numero si avvicinerebbe di molto a quello dei morti ammazzati con spargimento di sangue (o sparizione).
Si potrebbe addirittura azzardare l’introduzione di un’altra variante per la lupara: quella grigia, dal colore della zona che identifica i professionisti o i facilitatori all’intromissione delle mani sporche negli affari pubblici. Nando Dalla Chiesa spiega molto bene nel suo “Manifesto dell’Antimafia” (presentato nella quarta edizione del Festival Trame) qual è la condizione sociopolitica per creare a tavolino una mala gestione della cosa pubblica e consentire a mafie e corruzioni di prosperare incontrastate. E Piercamillo Davigo, presidente della II sezione penale della Cassazione, nel suo ultimo testo “Il sistema della corruzione” batte proprio su questo punto: la corruzione è seriale e diffusa. “Un funzionario che si fa corrompere – spiega il magistrato – lo farà ogni volta. Inoltre, coinvolge molte persone a vari livelli. E non è certo un reato che si scopre oggi. Ricordo che quando ero ancora un giovane magistrato, mi fu affidata un’indagine che portò alla condanna dei dipendenti dell’ufficio Iva di Vigevano, tanto che dovettero appendere sulla porta il cartello ‘Chiuso per arresti’. In effetti ne furono ammanettati 29 su 30”.
Il sistema più efficace per combattere la mafia costa solo poche decine di euro
Dunque gli strumenti per difendersi dalle mafie ci sono e non sono solo quelli giuridici in uso ai pubblici ministeri o quelli investigativi di cui si avvalgono le forze dell’ordine. Gli strumenti più utili sono quelli in mano ai cittadini, quelli di uso comune, che si acquistano con poche decine di euro nelle librerie e costano ancora meno frequentando le biblioteche pubbliche. E allora prende ancora più credibilità lo slogan coniato proprio dall’Associazione Culturale Treccani:La cultura ci rende più forti contro le mafie. La cultura ci rende liberi”.
Elisabetta Tonni