MASSIMO RANIERI FA RIVIVERE LA MORTE DI PASOLINI

David Grieco, regista e autore del film La Macchinazione, e Massimo Ranieri nel ruolo di Pier Paolo Pasolini
David Grieco, regista e autore del film La Macchinazione, e Massimo Ranieri nel ruolo di Pier Paolo Pasolini

Roma, 14 marzo 2016 – Attenzione a rimpiangere i politici di una volta e la politica del tempo che fu. Poco e niente è cambiato fra l’impostazione politica di adesso e quella di allora. La Macchinazione, film nelle sale cinematografiche dal prossimo 24 marzo, lo dice chiaramente: rispolvera bene la memoria ai nostalgici e apre le menti di chi è ancora troppo giovane per conoscere che cosa si cela dietro i grandi misteri dell’Italia. La ‘pellicola’ narra gli ultimi tre mesi di vita di Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale tanto illuminato quanto scomodo, interpretato da Massimo Ranieri la cui somiglianza nei tratti del volto è rinomata e rimasta immutata nel tempo.

Gli elementi di quella vicenda sono gli stessi che ricorrono sempre, che sono gli stessi uguali in tutte le situazioni dove non si vuole fare luce: una mafia a cui affidare i lavori di bassa macelleria umana; politici che non devono chiedere mai, perché il servizio offerto precede la domanda aprendo un credito che prima o poi dovrà essere saldato; una massoneria, spesso deviata, e che altrettanto spesso cura la regia e coordina in maniera trasversale le persone coinvolte fossero giudici, forze dell’ordine o servizi segreti; affari di stato, anche loschi, da tenere insabbiati; affaristi che mirano a diventare la nuova classe pseudo-borghese dirigente e di comando; corruzione e droga a fiumi.

Persino i nomi di cose, società e persone ricorrono come fossero un tormentone di cui l’Italia non riesce a liberarsi e su cui nessuno deve azzardarsi a scandagliare.

Da sempre avvolta nel mistero, la morte di Pasolini torna a vivere nella regia di David Grieco, per riaprire il dibattito e spazzare via quell’idea imperante che l’omicidio fosse maturato e relegato solo agli ambienti omosessuali certamente frequentati da Pasolini senza mistero, né reticenza.

“Spero che siano proprio i giovani – ha detto Massimo Ranieri – ad andare a vedere questo film. Devono sapere che cosa è successo. Tutti devono sapere come sono andati veramente i fatti. Anche io voglio saperlo. E voglio conoscere la verità come cittadino, come Giovanni Calone e non come Massimo Ranieri. Avevo paura a interpretare il personaggio, ho avuto una febbre psico-somatica che mi ha fatto rinviare di una settimana la presenza sul set”. Ascolta la dichiarazione in questo video:

I fatti raccontati nel film sono che Pier Paolo Pasolini indagava, ragionava e scriveva. Scriveva in tutti i modi: con i film, con i libri e con gli articoli provocatori. Erano talmente tanto provocatori che una volta arrivò ad avvolgersi su ragionamenti fino a condannare la scolarizzazione dei giovani delle classi più povere, ma solo perché, spiegava non privo di un certo imbarazzo, intravedeva in questo la deriva pericolosa dell’appiattimento delle peculiarità di ognuno e uno spostamento verso una società consumistica preda facile di “una dittatura anche peggiore del fascismo”.

Non si incartava mai, invece, quando indagava e scriveva sui retroscena della classe di comando del paese. Lì era fin troppo lungimirante e lucido. Nella versione di Grieco, i fatti sono messi in fila, uno dietro l’altro, con una logica inattaccabile. Pasolini aveva preso di mira la corruzione politica e alzato lo sguardo sugli intrecci con la massoneria in relazione ai grandi misteri dell’Italia. Tre anni prima di morire aveva cominciato a scrivere “Petrolio”, un testo con cui voleva ridare la luce a un libro sparito dopo ventiquattro ore dalla pubblicazione, scritto da un autore misterioso ancora oggi (e che Pasolini incontra più volte nel film) sotto lo pseudonimo di Giorgio Steimetz. In questo video, la dichiarazione di Grieco.

Nel 1975 aveva pubblicato una raccolta dei suoi editoriali pubblicati dal Corriere della Sera sull’eversione, corruzione, collusione, trame occulte, stragi e terrorismo. Pasolini non era più solo il provocatore, omosessuale a cui si potevano perdonare le intemperanze dell’intellettuale già allora considerato fra i maggiori artisti. Pasolini era diventato il personaggio pericoloso, il giornalista, lo scrittore e drammaturgo in grado di leggere e denunciare che cosa accadeva attorno a sé. Aveva oltrepassato la misura. Il furto della pellicola di Salò o le 120 giornate di Sodoma fece scattare la trappola in cui, nella ricostruzione di Grieco, Pasolini cade, avendo già previsto di cadervi. “Spero che questo film apra una polemica – ha affermato David Grieco, autore e regista, nonché amico prima di Pasolini, poi di Massimo Ranieri – affinché su questa vicenda si torni a discutere”. Ecco ancora le dichiarazioni di Grieco.

Intanto, è stata avviata la procedura per l’apertura di una commissione di inchiesta in Parlamento. Se ne è fatto carico l’avvocato Stefano Maccioni, legale difensore di Guido Mazzon, cugino di Pasolini. Ecco qual è la situazione attuale.

Elisabetta Tonni

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>