PARTE DA FORCELLA IL RACCONTO SU RAIUNO DI ‘COSE NOSTRE’

mehariRoma, 9 gennaio 2016 – “Un giorno entrò in classe la nostra professoressa. Aveva un giornale in mano. All’improvviso scoppiò a piangere”. La notizia, causa di tanta commozione, era la morte di Giancarlo Siani, il giovane giornalista del Mattino, mentre una sera rincasava a bordo della sua méhari verde  (nella foto, l’automobile originale guidata dal giornalista, in esposizione a Trame5 con un’installazione di Renzo Bellanca). Siani, giornalista precario a Torre Annunziata, dava fastidio alla mafia partenopea e la Camorra non ci ha pensato su.

A distanza di trenta anni, molto è cambiato e poco è cambiato. A raccontare l’episodio che ha commosso una docente e segnato la vita di tante persone è un altro giornalista napoletano: Arnaldo Capezzuto. Lo fa in un documentario in onda su Rai1 il 9 gennaio alle 24.30. Il titolo è quanto mai evocativo: “Cose nostre”. La puntata è la prima di cinque in ognuna delle quali viene raccontata la storia di un giornalista minacciato dalle mafie; un modo per ripercorrere anche alcuni episodi che hanno segnato la memoria degli italiani. “La mia storia di giornalista – racconta ancora Capezzuto nel documentario – è iniziata sull’emozione dell’omicidio Siani”.

Capezzuto abita a Forcella, un quartiere significativo di Napoli, e comincia a raccontare con la naturalezza e l’incoscienza del cronista alle prese con il suo lavoro ciò che avviene. È puntuale e dettagliato nel racconto, ma per indole professionale scrupolosa e non per velleità personale. Solo che la precisione è mal gradita dalle famiglie che controllano il quartiere. Capezzuto lo dice chiaramente: “La narrazione quotidiana delle dinamiche all’interno dei clan ha dato fastidio. Un giorno sono stato fermato da un tipo che mi ha chiesto se ero io Capezzuto. Ho risposto di sì. Lui mi ha detto di stare attento, perché a Napoli succedono degli incidenti. E succedono all’improvviso”. Capezzuto impiega qualche minuto prima di realizzare che si tratta di una minaccia e chiede apertamente la conferma al suo interlocutore: “Scusi, ma lei mi sta minacciando?”. La risposta che riceve è… mafiosa: “No, non è una minaccia. Ma a Napoli ci stanno tanti incidenti”. Forcella, in quegli anni, è dominata dalla famiglia Giuliano che si lamenta anche. In un’intervista ripescata dagli archivi Rai e riproposta nel reportage, Luigi Giuliano afferma: “Oggi sono tutti boss. Non si capisce più niente”.

Capezzuto racconta delle faide che si scatenano per il controllo del territorio e che non tutti i cittadini disdegnano in virtù di quella pace imposta con la violenzta che regna nelle vie. E in quel contesto matura il secondo episodio che segna la vita di Arnaldo Capezzuto, prima come cittadino e poi come giornalista: l’assassinio di Annalisa Durante, la quattordicenne colpita il 27 marzo 2004 da una pallottola che era destinata, invece, a stabilire gli equilibri camorristici. Il sacrificio drammatico e involontario di Annalisa Durante, figlia di un ambulante di prodotti contraffatti, fa aprire gli occhi al padre Giannino su un altro modo di vivere. Lo dice lui stesso: “Io non la conoscevo questa legalità”. Ora Giovanni gestisce una biblioteca dove cerca di attirare soprattutto i giovani e raccontata un episodio significativo: “Sono entrati dei ragazzi e mi hanno chiesto se potevano prendere ‘per piacere’ alcuni libri. Quando ho sentito che dicevano ‘Per piacere’ ho pensato, mamma mia sta cambiando qualcosa”.

Elisabetta Tonni

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