Fabrizio Gifuni interpreta Pippo Fava, il direttore de I Siciliani, personaggio carismatico e complesso, sempre controcorrente, alla ricerca della verità da raccontare pubblicamente

Di Elisabetta Tonni

C’è una profonda malinconia nella fiction “Prima che la Notte” che Rai Uno manderà in onda il 23 maggio in prima serata, dedicata alla vita di Pippo Fava. E’ la malinconia nel rivedere come erano i giornali di un tempo scritti da chi voleva raccontare i fatti, di chi era sicuro delle proprie scelte, fregandosene di compiacere gli altri o, come si direbbe oggi, di conquistare click, like o condivisioni.

Sin dalle prime scene emerge il carattere forte e deciso dell’uomo di cultura, scrittore di libri e testi teatrali che, rientrato in Sicilia dopo un periodo a Roma, nella prima metà degli anni Ottanta, si lancia in una nuova avventura giornalistica a Catania sicuro di avere ‘carta bianca’ come gli era stato promesso.

Pippo Fava, magistralmente interpretato da Fabrizio Gifuni, non aveva la velleità di primeggiare come direttore; non aveva in mente di fare un giornale di successo. Aveva in mente di fare un giornale per raccontare ciò che vedeva: intrallazzi e accordi fra politici, uomini dello stato e imprenditori senza morale, venditori di angurie che usavano macchine blindate per spostarsi.

La Catania che ritrova è profondamente cambiata rispetto a quella che aveva lasciato, oppure è lui che ora riesce a vedere ciò che non vedeva prima; ora non gli sembra molto diversa da Palermo intrisa di Cosa Nostra. Ed è lì la chiave di tutto. La tipografia stampa a ritmi serrati, rumorosa, veloce, migliaia di copie di carta calda e odorosa di inchiostro.

Bene aveva fatto Pippo Fava a non lasciarsi demoralizzare dai vari “no” ricevuti dai giornalisti affermati che lui avrebbe voluto coinvolgere nel tentativo iniziale di conquistare lettori e competere con le altre testate. Anzi, quelle sconfitte diventano un’opportunità; se i giornalisti esperti non vogliono scrivere per lui, lui si contorna di giovani inesperti da formare. Spiega loro, perché ad alcune domande non vengono date risposte, li stimola a guardare oltre. Li butta in campo all’improvviso, così come in una scena del film si tufferanno assieme – lui e i ragazzi della redazione – da uno scoglio, dando bracciate nella stessa direzione senza disperdersi nel mare aperto.

Ed era così, compatto, che quel giovane gruppo aveva reagito anche dopo il primo attentato al giornale. Una bomba esplosa davanti alla porta della redazione, mentre si scrivevano articoli per svelare gli intrallazzi, si sceglievano foto e disegnavano le pagine che poche ore dopo avrebbero stretto fra le dita.

Pippo Fava, come viene restituito dalla regia di Daniele Vicari, non voleva sconfiggere la mafia; Pippo Fava la voleva annientare con la penna, la voleva raccontare agli altri, mostrando l’evidenza dei fatti quotidiani, delle decisioni politiche degli intrecci imbarazzanti, amicizie pericolose e spudorate. Voleva che si scrivesse ciò che non si osava pronunciare. Dotato di grande senso dell’ironia, è uno specchio che riflette le assurdità della negazione della mafia.

E’ un uomo intransigente nel pretendere la verità dagli altri, ma che non sa mettere ordine nella sua vita familiare. Ha la fortuna di avere la moglie, Lorenza Indovina sul set, in grado di accoglierlo e accettarlo per come è anche quando lui le chiede di avallare l’ipoteca sulla casa pur di continuare a trovare finanziamenti per il secondo giornale che fonda, il mensile “I Siciliani”, quello che il 5 gennaio 1984 gli costerà la vita, ma che gli consentirà, nella fase onirica del film, di guardare soddisfatto ai “suoi” ragazzi che brindano per il vero traguardo conseguito: non il numero di copie vendute, non certo i bilanci del giornale, ma l’arresto dei “cavalieri” di Catania per le indagini scaturite da quegli articoli.