SCORIE NUCLEARI, SOTTO A CHI TOCCA

Scorie-nucleari

Roma, 31 marzo 2015 – Il boccino per stabilire a chi toccherà convivere per i prossimi 350 anni con le scorie nucleari è passato nelle mani del ministero dell’Ambiente e di quello dello Sviluppo economico. È da questi uffici che deve arrivare il via libera all’elenco (detto Cnapi, Carta nazionale aree potenzialmente idonee) ancora riservato, proposto da Sogin sui territori individuati sulle indicazioni fornite da Ispra come adeguati ad ospitare il deposito nazionale dove stoccare il materiale radioattivo e intorno al quale far sorgere il parco tecnologico.

Stando alla tempistica ufficiale, la pubblicazione che spetta comunque a Sogin dei siti scelti dovrà avvenire entro il 13 aprile o quanto meno entro la seconda metà del mese. Tempi ministeriali permettendo, si darà così il via alla consultazione pubblica per arrivare a definire quale Comune fra quelli in elenco si offrirà per   accogliere le scorie di bassa, media e alta attività.

Il tutto parte da una Direttiva europea del 2009 che, in buona sostanza, ha imposto ad ogni Stato membro di gestire al suo interno gli scarti radioattivi. Le scorie prodotte in passato dalla combustione a fini energetici erano state spedite nelle centrali di Sellafiel, sulla costa del Cumbria (UK) di fronte all’Irlanda, e di Le Hague, in Francia. Questi due centri erano in grado di riprocessare gli scarti generando nuova energia e riducendo ulteriormente il volume delle nuove scorie cosiddette ‘vetrificate’ che ora dovranno rientrare in Italia e che andranno a sommarsi a tutto il residuo relativo al comparto nucleare della medicina, della ricerca e dell’industria.

Nel 2010, il decreto legislativo n. 31 ha messo in chiaro tutta la procedura, fra le altre cose, per smantellare le centrali esistenti e per la conservazione in sicurezza del materiale. La costruzione del deposito e relativo parco tecnologico è in grado di generare un indotto di considerevole importanza. In un articolo pubblicato dal sito Wired, si è ipotizzato un investimento da un miliardo e mezzo di euro con 1.500 posti di lavoro nel primo quadriennio. Sui documenti ufficiali, tuttavia, non ci sono riscontri sulla partita economica e su quella dell’occupazione. Ma che cosa potrebbe avvenire se nessuna delle aree si rendesse disponibile? Con quale criterio avverrà la scelta del Comune idoneo? In attesa di conoscere se esista un piano “B”, si conosce molto bene il livello di sicurezza per la conservazione delle scorie.

Fabio Chiaravalli, direttore del deposito nazionale e parco tecnologico, ha illustrato con una relazione scritta e pubblicata il 12 dicembre 2014 tutti i dettagli dei contenitori destinati a sigillare il materiale radioattivo tenendo conto del volume attuale e di quello prodotto nei prossimi 40 anni. I 90 mila metri cubi di scorie saranno ripartiti e cementati in contenitori metallici, somiglianti a dei grandi bidoni. Questi saranno stipati e cementati nuovamente in moduli di calcestruzzo speciale (3 m x 2 m x 1,7 m) progettati per resistere 350 anni. I moduli verranno inseriti in celle di cemento armato (27 m x 15,5 m x 10 m), progettate anch’esse per resistere 350 anni. Le celle così riempite verranno sigillate e ricoperte con più strati di materiale per prevenire le infiltrazioni d’acqua. Il deposito verrà a sua volta coperto definitivamente e controllato costantemente per verificare il livello di tenuta delle celle nel tempo e l’isolamento completo dei rifiuti dalla biosfera, mentre un sistema di linee di drenaggio al di sotto di ciascuna cella servirà a scongiurare qualsiasi eventuale infiltrazione di acqua. In attesa della disponibilità di un deposito geologico, i rifiuti ad alta attività, cioè il combustibile irraggiato ed i vetri derivanti dal riprocessamento, verranno trasportati e stoccati temporaneamente in contenitori speciali detti ‘cask’.

Esaminando il progetto, ci si sente al riparo da danni dovuti a potenziali incidenti al deposito nazionale con relative fughe e contaminazioni radioattive. Perché allora, gli italiani tremano all’ipotesi che il luogo ove risiedono possa diventare quello prescelto? Forse perché nutrono troppi dubbi sulla fase gestionale della realizzazione della costruzione dei sarcofagi e del deposito che li dovrà contenere. In altre parole, non nutrono dubbi sull’ingegno italiano; nutrono dubbi sugli appetiti che tale opera pubblica – che si avvarrà sicuramente di gare di appalto – possa smuovere. Quale impresa costruirà l’intera opera? Quale impresa fornirà il cemento per le ‘bare’ nucleari? Chi controllerà la qualità del cemento? E, al di là dell’indotto economico derivante da tale attività, come saranno ricompensati i cittadini del luogo prescelto? Ci saranno ricompense economiche per la cittadinanza? E se sì, saranno gestite dagli Enti territoriali con l’ipotesi che tali ricompense finiscano in rivoli infiniti o ne beneficeranno i cittadini con agevolazioni – per esempio – sugli importi di alcune utenze? Perché, alla fin fine, checché se ne dica, saranno questi i punti su cui gli italiani temono che venga giocata la partita delle scorie nucleari.

Elisabetta Tonni

 

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