SCORIE NUCLEARI, UN RITARDO CHE PESA SULLE TASCHE DEI CITTADINI

Fusti per lo stoccaggio delle  scorie nucleari (Foto: Elisabetta Tonni)
Fusti per lo stoccaggio delle scorie nucleari (Foto: Elisabetta Tonni)

Roma, 5 marzo 2016 – Nel paese leader delle opere incompiute, nel momento in cui torna in auge la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, il Deposito nazionale delle scorie nucleari potrebbe diventare la prima ‘non-opera’ incompiuta. A far sorgere questo sospetto malizioso, assai malizioso, è la mancata autorizzazione da parte del ministero dell’Ambiente alla pubblicazione della Cnapi, la carta con l’elenco delle aree potenzialmente idonee ad ospitare la mega struttura per lo stoccaggio di 90 mila metri cubi di rifiuti a bassa, media (75 mila mc) e alta (15 mila mc) radioattività, derivanti dall’attività di smantellamento delle centrali nucleari (decommissioning). Ad aggravare il sospetto che la costruzione del deposito e relativo parco tecnologico dove conservare in sicurezza le scorie, comprese quelle future prodotte dall’industria, ricerca e medicina nucleare, possa saltare  è l’uscita dall’agenda di Governo di questo argomento. Eppure il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Claudio de Vincenti, poco meno di un anno fa sottolineava come quest’opera fosse una priorità del Governo anche per accelerare i ritardi accumulati dal 1987, data in cui i cittadini scelsero di spegnere le centrali e rinunciare alla produzione di energia dal nucleare.

Neanche a dire che il ritardo alla pubblicazione della Cnapi possa essere legato al timore della reazione da parte dei cittadini all’idea di convivere con i bidoni avvelenati, sia pure iper-cementificati con una garanzia a trecentocinquanta anni. Sempre De Vincenti si era detto convinto che i territori sarebbero stati ansiosi di contendersi la realizzazione di una struttura – a suo dire – fiore all’occhiello in termini di competenza tecnologica e in grado di stimolare l’economia di quell’area. Ecco ancora De Vincenti.

Se l’atroce sospetto di non costruire il Deposito divenisse realtà a pagarne i costi, sotto più aspetti, sarebbero come sempre pagati dai cittadini. E questo lo disse come monito proprio il sottosegretario Claudio de Vincenti.

L’autorizzazione a rendere pubblico l’elenco redatto dai tecnici dell’Ispra, tenendo conto delle caratteristiche geografiche e dei limiti morfologici dell’Italia pubblicate nella guida n. 29, sarebbe dovuta arrivare nell’aprile 2015. La data era in coincidenza con le amministrative. Ma ‘casualmente’ il ministero dell’Ambiente (assieme a quello dello Sviluppo economico coinvolto del processo di futuro smantellamento) decise di rinviare a Ispra e Sogin (la società pubblica nata proprio con il compito di gestire la demolizione delle quattro centrali nucleari italiane riportando i siti a prato verde) l’elenco per ulteriori accertamenti di idoneità dei territori indicati. Tradotto: le Istituzioni pubbliche volevano poter mettere la mano sul fuoco sul livello di sicurezza della salute pubblica. I più maliziosi di tutti sospettarono, invece, che non fosse proprio il massimo far sapere quali cittadini fossero i “fortunati vincitori” delle scorie nucleari e rinviarono la pubblicazione ai giorni immediatamente successivi ai ballottaggi elettorali di Comuni e Regioni. Insomma, il timore era che partiti politici e candidati avrebbero potuto strumentalizzare l’argomento della realizzazione del Deposito nazionale e parco tecnologico, condizionando l’opinione pubblica, quindi meglio rinviare tutto al post-voto. Sogin ha sempre ribadito di voler portare avanti la sua missione in trasparenza e chiarezza assoluta nei confronti dei cittadini, come dichiarato dal presidente Giuseppe Zollino, e non manca un’occasione per spiegare ai cittadini che cosa c’è dentro le centrali nucleari. A maggio 2015 aveva addirittura aperto le porte dei giganti produttori di energia, rivelando ai cittadini una struttura da archeologia industriale che, non fosse altro che per il valore storico, meriterebbe di rimanere intatta. Ecco l’interno di una delle centrali.

In assenza di controindicazioni palesi da parte del Governo o comunque delle Istituzioni, Sogin ha proseguito il percorso tracciato per lo smantellamento seguendo la relazione di Fabio Chiaravalli, direttore del Deposito nazionale e parco tecnologico, pubblicata il 12 dicembre 2014, con tutti i dettagli dei contenitori del materiale radioattivo in considerazione del volume attuale e di quello prodotto nei prossimi 40 anni.

Sempre in virtù di quel sano principio di coinvolgimento dei cittadini, Sogin ha dato vita anche ad una campagna informativa a tappeto sul progetto del Deposito nazionale: dal 26 luglio a fine novembre 2015 ha speso 3,2 milioni di euro per mandare in onda sulle emittenti televisive, radiofoniche, siti generalisti, quotidiani online, Google Search, Youtube, Twitter, e testate cartacee, spot pubblicitari con l’intento di accompagnare la fase di consultazione pubblica che prenderà l’avvio con la pubblicazione (quando il Ministero si deciderà a sbloccare la procedura) della Carta e del progetto preliminare. A fine agosto ha lanciato il concorso di idee “Officina Futuro” per raccogliere le migliori proposte di concept architettonico del futuro Parco Tecnologico e ne posticipato la scadenza al gennaio 2016 per riaprirle ancora lo scorso febbraio.

A fine settembre ha spedito (come previsto) in Francia l’ultimo trasporto del combustibile irraggiato ancora presente nella centrale nucleare ‘Enrico Fermi’ di Trino (Vercelli). Dall’impianto sono così partiti, all’interno di contenitori speciali (cask), gli ultimi 23 elementi di combustibile per il riprocessamento nell’impianto francese di La Hague. Infatti, tutto il processo che dovrebbe culminare con la costruzione del Deposito nazionale e annesso parco tecnologico parte dal rispetto di una direttiva europea direttiva comunitaria (2011/70/Euratom)  recepita dall’Italia, che, in buona sostanza, ha imposto ad ogni Stato membro in maniera giuridicamente vincolante di gestire al suo interno gli scarti radioattivi. Le scorie prodotte in passato dalla combustione a fini energetici erano state spedite nelle centrali di Sellafiel, sulla costa del Cumbria (UK) di fronte all’Irlanda, e – appunto – in quello di Le Hague, in Francia. Questi due centri erano in grado di trattare gli scarti generando nuova energia e riducendo ulteriormente il volume delle nuove scorie cosiddette ‘vetrificate’ che in futuro dovranno rientrare in Italia e che andranno a sommarsi a tutto il residuo relativo al comparto nucleare della medicina, dalla ricerca e dall’industria. Nel 2010, con il decreto legislativo n. 31, basato sulla precedente direttiva europea 2009 n. 71 Euratom , era stata messa in chiaro tutta la procedura.

Nel frattempo, fra una denuncia e l’altra di inquinamento delle acque delle zone che ospitano le centrali a cui Sogin risponde con una “estraneità” ai fatti, fra annunci di dimissioni dell’amministratore delegato accolte dal ministero dell’Economia e ritirate dal diretto interessato che, ripensandoci, ha deciso di rimanere al suo posto, dovrebbero iniziare i lavori per lo smantellamento del camino della centrale nucleare del Garigliano in provincia di Caserta. Si tratterebbe in pratica della prima attività di demolizione vera e propria delle quattro strutture. Le pareti interne sono già state decontaminate, ma il lavoro di demolizione ipotizzato per gennaio non accenna ancora a partire.

Tale slittamento, sebbene di per sé sia insignificante, va a sommarsi, appesantendo la situazione, ai ritardi sulla pubblicazione della Cnapi. Paradossalmente, dovrebbe essere proprio il Governo a chiedere conto del ritardo nell’avvio dello smantellamento del camino al Garigliano, ma come potrebbe farlo se è lo stesso Governo a ritardare la pubblicazione delle aree potenziali dove destinare le scorie?

Questo continuo fare orecchie da mercante da parte del Ministero spinge a pensar male, cioè induce a commettere peccato nell’ipotizzare che il Deposito possa non vedere mai la luce. I depositi provvisori (costituiti dalle quattro centrali e da altri siti, in tutto una decina) gioco forza diventerebbero definitivi. Si spenderà di più per tenere in piedi le strutture, considerando anche che nessuna di esse possiede le caratteristiche adatte a conservare i rifiuti e che i territori interessati non potrebbero mai liberarsi dal vincolo radiologico, con buona pace dei cittadini residenti sempre più imbufaliti. Inoltre si andrebbe incontro ai costi di un’infrazione europea che si sommerebbero a quelli già affrontati per tutta l’attività finora svolta (compresi i tre milioni e rotti di euro in pubblicità) e a un indebolimento dell’Italia nel mercato estero per le attività di decommissioning. Significherebbe dire addio al ruolo di protagonista dell’Italia, ricca di menti ingegneristiche invidiate e contese all’estero, in  un settore che a livello mondiale varrà centinaia di miliardi di euro nei prossimi anni.

Elisabetta Tonni

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>