Unisan deve lasciare lo stabile; centinaia di prestazioni sanitarie sono a rischio

Domani, sarà sgomberata con la forza la struttura ambulatoriale di Unisan. Forti disagi per le prestazioni sanitarie, fra cui quelle riabilitative. Tutti i politici candidati alla Regione Lazio sanno e non si muovono. Ecco gli impicci e gli intrecci che hanno portato a questo provvedimento

di: Elisabetta Tonni

Roma, 26 febbraio 2018 – Unisan, un consorzio di cooperative sociali onlus, domani dovrà lasciare lo stabile di via Majorana a Roma per non essere in regola con il pagamento dell’affitto. In realtà sembra che neanche esista un vero contratto di locazione, perché non sarebbe mai stato raggiunto un accordo sulla cifra fra proprietario dello stabile e l’inquilino Unisan.

In una campagna elettorale stucchevole e piena di promesse mirabolanti, c’è un argomento di politica regionale che stenta a trovare spazio sull’agenda politica e su quella mediatica. Unisan si compone di tre cooperative: Cir – Cooperativa Infermieri Riuniti. E’ realtà leader nel settore dell’assistenza domiciliare sanitaria sul territorio di Roma e provincia. Per il Comune di Roma gestisce: servizi domiciliari sociali (SAISA, SAISH e SISMIF), assistenza socio-educaiva (AEC) nelle scuole e centri diurni per anziani. Inoltre ha esperienza nella gestione di case famiglia, comunità di convivenza e residenze protette per anziani e disabili; Evergreen – Cooperativa Sociale. L’attività prevalente è legata al mondo dell’infanzia. La cooperativa infatti gestisce asili nido, scuole materne e servizi educativi per minori. Si occupa inoltre di attività educative, formative e ricreati­ve per l’infanzia; Sanimedica Srl – Centro Cardiologico Romano. E’ la più anziana del gruppo, con una lunga esperienza maturata nel corso di 25 anni nel settore della medicina del lavoro. Oggi gestisce la RSA Bellosguardo di Civitavecchia.

I nomi e gli ambiti di competenza delle tre cooperative sono copiati dal sito ufficiale del Consorzio. Sempre come si legge sul sito, la Unisan “nasce nel 1989 per unire ed organizzare le competenze e le professionalità di una serie di strutture operanti nel settore sanitario e socio-assistenziale di Roma e provincia, garantendo servizi completi e affidabili. Nel 2006 Unisan con la partecipazione al Consorzio Ri.Rei – Riabilitazione e Reinserimento, consolida le sue competenze nel mondo della riabilitazione, in regime domiciliare, ambulatoriale e residenziale”.

Ricostruendo la storia, al di là di quel che è scritto nel sito, si scopre che la costituzione della Ri.Rei avviene a seguito della requisizione nel 2006 della Anni Verdi, ente morale onlus, da parte del Prefetto di Roma che la affida temporaneamente alla Regione. L’allora assessore alla sanità, Augusto Battaglia, chiede l’intervento nazionale della LegaCoop che individua tre cooperative ad hoc sebbene prive di esperienza alcuna nella gestione di centri, ovvero delle caratteristiche peculiari previste dall’ex art. 26 della Legge 833/78. Le tre cooperative della Ri.Rei erano: la Nuova Sair (un nome mai sentito a detta degli operatori del settore), la Osa (riconducibile sempre secondo i lavoratori all’Opus Dei) e il Consorzio Unisan (che secondo i dipendenti sarebbe riconducibile all’area di centrosinistra e LegaCoop).

La Ri.Rei è stata l’evoluzione del centro Anni Verdi, chiuso per fallimento e  soprattutto per un’inchiesta della magistratura che alza il velo sulle frodi; in poche parola la Anni Verdi spesso forniva solo per finta assistenza a disabili e anziani e truccava pure altri numeri per avere rimborsi dalla Regione Lazio con servizi disseminati in tutto il Lazio. Il presidente di Anni Verdi, Mauro Lancellotti, è arrestato, la  società viene sciolta e nel giro di due mesi, senza gara di appalto, il consorzio Ri.Rei eredita prestazioni e personale.Nei due mesi di transizione, il personale reagisce: occupa i locali per garantire il servizio ai pazienti che infatti non perdono neanche una terapia. Loro, i dipendenti, invece perdono il 10% del loro stipendio che viene pagato dalla Asl con un assegno da ritirare in banca, senza busta paga e senza Cud.
I guai non sembrano essere finiti. Dopo poco tempo, il Consorzio Ri.Rei ha licenziato metà dei lavoratori e si è sciolto nelle tre cooperative della Unisan attraverso fitti rami d’azienda. Nel frattempo le tre cooperative hanno chiesto l’accreditamento definitivo per i diversi servizi erogati, ma si è ancora lontani dal dire che tutto vada per il meglio. Nel 2011 Rossana Varrone che è la presidente del Consorsio Unisan riceve una minaccia di morte denunciata alle cronache dal presidente di Legacoopsociali Lazio, Pino Bongiorno.
Nel 2014 la Unisan prende possesso dei locali di via Majorana, dove operava la cooperativa Anni Verdi. Nel frattempo la Ri.Rei viene avviata alla procedura fallimentare. Lo stabile, però, che era stato messo all’asta, viene acquistato da un privato a cui il consorzio Unisan non versa l’affitto. Manca addirittura il contratto, come sostiene Rossana Varrone in alcune interviste, per un mancato accordo economico. Il proprietario avvia la procedura di sfratto. Il 2014 non è un anno molto fortunato. La Varrone, minacciata di morte tre anni prima, da vittima diventa carnefice: deve rispondere alla magistratura della detenzione di sette lingotti d’oro nella sua casa di Monteverde. La notizia esce su alcuni mass media. Gli inquirenti sospettano un arricchimento indebito della famiglia Capurso – Varrone dovuto a una gestione dubbia della Rsa Bellosguardo di Civitavecchia.
Di questa faccenda si occupa il giornale “La Provincia” che scrive: “il gip Gianfranco Mantelli ha ordinato il sequestro anche di beni immobili, partecipazioni azionarie e conti correnti bancari. Il tutto per un valore di oltre un milione e settecentomila euro. Cifra che è stata stabilita da una precisa perizia voluta dalla Procura della Repubblica che quantifica così, come scrive direttamente il Gip nell’ordinanza di sequestro, l’ingiustificato arricchimento degli indagati Varrone e Capurso”.
Nella fattispecie, il sospetto del giudice per le indagini preliminari era che la struttura dichiarasse ufficialmente un numero doppio dei dipendenti realmente impiegati per ottenere finanziamenti più cospicui. Alcuni di questi dipendenti hanno poi scoperto di aver percepito un reddito inferiore al dovuto come dimostrato da alcune vertenze vinte davanti al tribuna del lavoro.
Nel frattempo, la richiesta di notizie da parte dei dipendenti della Unisan su come si sia evoluta la faccenda giudiziaria non è mai stata evasa. Nessuno sa a quale livello sia la pratica o se ci sia stata un’archiviazione del caso o cos’altro.
Al momento attuale, la Unisan non è ritenuta accreditabile dalla Asl e dalla Regione Lazio che non ravvedono i requisiti necessari da parte del Consorzio per poter continuare a operare. Così si è proceduto allo “spacchettamento” dei pazienti (corca 400, alcuni dei quali gravissimi). Le famiglie dei pazienti sono disperate per la perdita della continuità col proprio terapista che ha lavorato mesi o anni per stabilire una relazione con il paziente. E questo vale soprattutto per i soggetti autistici. Per scongiurare l’interruzione delle terapie, la Asl si starebbe impegnando a ricollocare i pazienti nel territorio già vasto della RMD.
I diversi centri disposti a prendere qualche paziente, però, non vogliono il personale, o stanno trattando con la Regione per avere rette più alte nel caso in cui si sobbarchino qualche dipendente. Altri lavoratori potrebbero essere abbandonati al loro destino e già vedono avanzare lo spettro del licenziamento, con una buona pace silenziosa dei mass media affaccendati a correre dietro a questo e quel candidato alle prossime amministrative e degli stessi candidati a cui in campagna elettorale non conviene mai mettere le mani sulle questioni spinose.