regeni Roma, 5 febbraio 2016 – Ci mancava solo il coccodrillo. Giulio Regeni è diventato all’improvviso il miglior giornalista di tutti i tempi, quello di cui le redazioni non possono fare a meno. Peccato… che sia morto! Poi, essendo stato assassinato nella città dove passa il Nilo, il coccodrillo assume pure un aspetto più beffardo.

Giulio #Regeni si è conquistato finalmente la prima pagina per il suo articolo. È così: la storia si ripete sempre. Deve essere la morte a consegnare alla gloria che meritano in vita alcuni giovani giornalisti promettenti, a prescindere cutulidalla presenza di un tesserino. Giancarlo Siani, giovane precario da Torre Annunziata e poi praticante al Mattino di Napoli, è sianidiventato l’eroe che meritava di essere solo grazie alle pallottole; Maria Grazia Cutuli, giovane reporter d’assalto nelle zone di guerra, assunta a tempo indeterminato due anni prima di Hrovatinmorire, è passata alla storia del giornalismo pAlpier essere saltata in aria in Medio Oriente. E che dire di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? Fino al loro spregevole agguato i loro nomi dicevano poco a molti, mentre dicevano molto ai pochi interessati ad eliminarli. Ce ne sono tantissimi altri di casi simili. E vale anche per gli altri meriti riconosciuti a Giulio Regeni. Solo ora si accorgono delle tante verità prima passate ignorate. Ora tutti a commemorare che era il ricercatore, lo studente modello, il brillante cervello all’estero.

L’Italia e i mass media scoprono di avere le penne talentuose (e cervelli di valore in tutti gli altri settori) solo quando non sono più in grado di scrivere e di ragionare. Solo a quel punto le testate sono pronte a pubblicare il prodotto, il servizio, l’articolo, l’approfondimento. Se l’autore, invece, è ancora in vita deve sboccare sangue per aspirare ad avere almeno una risposta alla sua proposta. Ma quel contenuto è di valore anche prima della morte o lo diventa solo perché è legato a una morte? Perché Giulio Regeni sollecitava da metà gennaio, come è stato scritto, la pubblicazione dell’articolo (ovviamente sotto pseudonimo)? Gli altri articoli pubblicati (e quanti?) in quale pagina sono stati inseriti? In quanti avranno rifiutato gli articoli scritti da Regeni? Quante volte saranno state cestinate le sue email senza neanche leggerle? Se il suo omicidio è collegato alle sue documentazioni (lo stabiliranno le indagini, i processi e le sentenze) perché quel lavoro è stato ignorato finora dai mass media?

Allora, un’altra domanda sorge spontanea: quante sono le notizie che vengono trascurate dai grandi editori, dalle grandi testate, dai tanti importantissimi nuovi media e dai ‘grandi maestri’ del giornalismo, salvo poi fare mea culpa pubblici del declino e persino della morte della professione? Poco tempo fa, in una nota trasmissione, Paolo Mieli (si dimentica sempre che è figlio di Renato Mieli) ha affermato: “Se i giornali non vengono più letti, la colpa è nostra”. Ecco: fatevi una domanda e datevi una risposta.

Elisabetta Tonni