matrimonioRoma, 26 febbraio 2016 – L’obbligo di fedeltà è un ossimoro. La condizione regolamentata per legge nel matrimonio tradizionale è un paradosso, una contraddizione in termini. La fedeltà è propria del fedele, cioè di colui che ha fede. Il dizionario Treccani recita: “féde s. f. [lat. fĭdes]. – Credenza piena e fiduciosa che procede da intima convinzione o si fonda sull’autorità altrui più che su prove positive”.

Se mettiamo in pratica il concetto nel matrimonio, vuol dire che un coniuge crede fermamente nell’altro coniuge senza l’influenza di condizionamenti esterni. Come è possibile, dunque, imporre per legge a qualcuno di credere in qualcun altro? La fede attiene alla sfera intima; è uno stato d’animo e in quanto tale appare complicato imporlo dall’esterno, figuriamoci per legge. Chi ha tolto dalla legge sulle unioni civili il vincolo dell’obbligo di fedeltà, pensando di relegare a serie B una convivenza rispetto al matrimonio tradizionale, non si è reso conto di aver svelato quanto di più ridicolo esiste in quell’articolo di legge indirettamente abrogato con la legge sul divorzio. Se proprio vogliamo essere precisi,  il passaggio fondamentale si è avuto con la riforma del diritto di famiglia. Lo spiega bene la Treccani. “Con la riforma del diritto di famiglia, l’adulterio (così come il concubinato) non costituisce reato, ma soltanto, nel diritto civile, causa di separazione personale dei coniugi”.

La fedeltà nel matrimonio ha la sua origine nell’imposizione clericale dai tempi dell’oscurantismo Medioevale. Per la Chiesa Cattolica il matrimonio fra due persone simboleggia ancora oggi l’unione fra l’essere umano e la Chiesa. Per questo motivo un divorziato cattolico credente non può accedere ai sacramenti. E da qui nasce la contraddizione in termini dell’obbligo di fedeltà. Anche considerando l’ottica ecclesiale, l’obbligo di fedeltà poteva avere la sua ragione fino agli Settanta, quando l’adulterio era ritenuto causa di divorzio.

L’adulterio, che deriva dall’acronimo latino “ad alter (thalamus) ire”, letteralmente, andare nel letto di un altro, era la prova provata che uno non credeva più nell’altro, quindi la scomunica, e fulmini e saette se a tradire era la moglie. Quel matrimonio non aveva più ragione di essere. Sul tradimento del marito, invece, si era più tolleranti in barba al significato dei lemmi fede, fedele e fedeltà. E così anche se due coniugi non si amavano più, cioè non credevano più l’uno nell’altro, erano obbligati a rimanere insieme, in virtù di quell’obbligo di legge, che relegava il termine “fedeltà” alla mera sfera sessuale. Le coppie in cui finiva quel senso di trasporto intimo di affetto verso l’altro si ritrovavano costrette a vivere infelici, ma unite all’apparenza.

La battaglia sul divorzio ha per fortuna posto fine a questa assurdità. Il divorzio può essere richiesto per tanti motivi e non solo perché un’altra persona si inserisce nella coppia. Anzi, quando si va a curiosare nelle intimità altrui, se ne scoprono di ogni ora come allora. Il divorzio ha solo tolto il velo da tante ipocrisie. In che cosa consiste or dunque quell’obbligo di fedeltà che non riconosciuto per le unioni civili disciplinate dalla legge Cirinnà le renderebbe di rango inferiore?

Alcuni legislatori, per essere tanto attenti alle classifiche, si sono incartati da soli e non si sono resi conto, invece, di quanto si siano resi risibili.

Elisabetta Tonni