libro mezza mezza

Roma, 16 ottobre 2015 – Riuscirà l’INPGI a sopravvivere fino al 2025? La domanda, che gioca con il titolo del saggio degli anni ’70 del dissidente sovietico Amalrick sulla prossima caduta dell’URSS, non è né provocatoria, né banale.
I dati più brutali del nostro sistema previdenziale ci dicono che in modo tempo la nostra categoria potrebbe trovarsi alla vigilia dell’estinzione. Almeno dal punto di vista previdenziale.
Sedicimila colleghi attivi oggi si trovano a finanziare le pensioni di ottomila colleghi la cui aspettativa di vita, per fortuna tende ad aumentare. Non ci vuole uno scienziato matematico per capire che questa piramide si affloscerà come un soufflé se non interverrà qualcosa a modificare uno dei due fattori della relazione.
Tanto più che le tendenze industriali vedono una continua emorragia di giornalisti dagli apparati redazionali. negli ultimi 7 anni negli USA sono stati cancellati il 42% delle posizioni di desk. Ossia si è attaccato l’osso della professione .Non più le attività di scrittura o di reporting, quanto si è automatizzato direttamente la funzione editoriale. L’Associated Press da un anno ha avviato l’automatizzazione dei suoi report economici, ormai stabilmente affidati a boats digitali.
Il processo pare di portata epocale. Siamo di fronte ad un salto culturale, per cui le funzioni discrezionali stanno gradualmente passando a sistemi di intelligenza artificiale. Non mancano sedi per una discussione profonda sui problemi che questa tendenza induce, sia di natura professionale che sociale e addirittura filosofica. Resta un dato inesorabile: la piramide tradizionale su cui poggia ogni strategia previdenziale, che vede la base della produzione attiva sostenere il vertice dei pensionati, non regge più nel medio periodo per i giornalisti.
A meno che non si riesca realmente a sfondare quella parete che da tempo separa il senso comune della nostra categoria con fenomeni sociali e culturali che ci stanno accerchiando. Uno di questi è quello che nel mio libro “Giornalismi nella rete” definisco dei due gironi del giornalismo.
Se osserviamo quanto sta accadendo, in maniera per altro estesa e diffusa, nella società, non possiamo non accorgerci che sul mercato si stanno ormai configurando due forme di giornalismo: un giornalismo delle notizie, che identifichiamo per il giornalismo delle testate, quello che conosciamo bene; ed un giornalismo delle informazioni, ossia una inedita, ma sempre più consistente e vitale forma di professionalità  basata sullo scambio e la consegna di informazioni, prevalentemente mediante sistemi informatici.
A questo secondo gruppo appartengono attività al momento di confine della P.A., come gli addetti ai sistemi custumer relation management, che nelle varie forme organizzano la connessione dei cittadini ai nuovi servizi automatizzati – pensiamo a tutte le realtà che crescono nell’ambito della mobilità intelligente e più in generale delle cosiddette smart cities. Si tratta di funzioni che prevedono l’ideazione di nuove modalità di welfare basato su piattaforme digitali che agiscono mediante scambio continuo di dati. Questo è un giornalismo delle informazioni che per certi versi presenta alti profili di competenze sociologiche, organizzative e di implementazione tecnologica. Vogliamo regalare tutto questo mondo ad un precariato proto ingegneristico? Lo stesso vale in altri ambienti come gli istituti finanziari o assistenziali o  ancora di natura previdenziale e fiscale. Anche in questo caso si tratta di allestire sistemi informativi complessi. Pensiamo alle nostre relazioni, come cittadini o contribuenti con i nuovi sistemi di accreditamento, riconoscimento e documentazione automatica che utilizziamo ormai quotidianamente.  Sempre di questa area fanno parte le migliaia di addetti alle forme di comunicazione del terzo settore o alle forme di marketing personalizzato delle imprese, o ancora tutti gli addetti alla custumer satisfation.
Con l’irruzione della potenza di calcolo nelle relazioni sociali, da una parte si riducono gli spazzi di artigianato giornalistico, ma dall’altro aumenta la domanda di esperienze e capacità della raccolta e distribuzione automatica di informazioni.
È un salto copernicano: cambia la natura e la peculiarità di un mestiere investito frontalmente da un nuovo modo di vivere sul pianeta: producendo e scambiando informazioni.
Questi due settori del giornalismo non si parlano. Il primo tende a sopravvivere difendendo le proprie identità e specificità, esorcizzando un processo che lo sta consumando mese per mese, il secondo tende ad essere assimilato a ruoli tecnici o impiegatizi, trascurando opportunità di alto profilo come ad esempio la necessità di negoziare le forme tecnologiche a nome della comunità. Io credo che si debba sfondare questa parete. E avviare un ragionamento che debba mirare ad estendere i confini della nostra professione. Ovviamente non si tratta di un pura opera di annessione, o di ragionieristica equiparazione. Non si può pensare di contrattualizzare meccanicamente circa 80.000 addetti alle funzioni del giornalismo delle informazioni adottando gli stessi istituti contrattuali della FNSI.
D’altra parte non possiamo ignorare che questa è una partita decisiva per la categoria. E non penso solo al destino previdenziale dei colleghi. Penso ad una nuova mission che il mondo del giornalismo potrebbe ricavare da questa nuova configurazione della professione: essere garante e tutor dei processi di automatizzazione che stanno interferendo nella nostra vita. I giornalisti hanno vissuto direttamente, e prima del resto dell’umanità, la scomposizione della propria attività e la delega a sistemi digitali di importanti funzioni discrezionali come la ricerca e lo stoccaggio delle informazioni. Questa esperienza andrebbe investita nella società in un momento in cui comincia a farsi acuta la sensibilità e i timori per un dominio sempre più assoluto del software. Dobbiamo acquisire competenze ed esperienze più estese che ci potrebbero venire dalla relazione con queste nuove forme di produrre informazione. Al centro di questa concezione del giornalismo c’è oggi un’unica entità: l’algoritmo. E’ questo dispositivo che sta riorganizzando la nostra vita a collegarci direttamente con chi più direttamente di noi lavora con la potenza di calcolo.
Noi e loro, sempre più, lavoriamo contendendo, in larga parte ancora inconsapevolmente, spazio agli automatismi, ma soprattutto cercando di difendere ruolo e funzioni rispetto ai grandi fornitori di tecnologia che tendono a vendere sistemi standardizzati sempre più automatizzasti, sulla base di programmi software e algoritmi che introducono linguaggi e modelli cognitivi del tutto parziali e incontrollati.
L’obiettivo che propongo è quello di cominciare a riflettere su una convergenza di pratiche, culture e ruoli, in un nuovo circuito informativo, sempre più contiguo. Si tratta di integrare queste funzioni al mondo del giornalismo, sottraendole ad un’impiegatizzazione che loro soffrono e che verrebbe usata contro di noi. Per avviare questa riflessione bisogna ovviamente mettere in campo una grande strategia sociologica che ci permetta di selezionare attentamente gli interlocutori e, mediante una grande esperienza a capacità tecniche a proposito degli istituti previdenziali lavorare ad una nuova architettura a più livelli della professione, che connetta, pur senza unificarli, profili come il mediatore di notizie, il mediatore di informazioni, il mediatore di linguaggi automatici. Siamo solo all’inizio di questo processo, ma quanto è successo negli anni passati accanto a noi, in tipografia, ai colleghi di un settore che sembrava a prova di bomba solo fino alla fine degli anni ’70, ci dovrebbe dire che nessuno è oggi al sicuro.

Michele Mezza